Uno straniero che desina per la prima volta in una trattoria olandese vede parecchie novità. Prima d’ogni cosa, dei piatti d’una grandezza e d’uno spessore straordinarii, proporzionati all’appetito nazionale; e in molti luoghi, una salvietta di carta bianca sottilissima, piegata a tre punte, contornata di fiori a stampa, con un piccolo paesaggio agli angoli, e il nome del caffè o della trattoria o un Bon appetit stampato in grandi caratteri azzurri. Lo straniero, per essere sicuro del fatto suo, ordina un rosbiffe, e gliene portano una mezza dozzina di fette grandi come una foglia di cavolo; o una bistecca, e gli portano un cuscinetto di carne sanguinosa che basterebbe a saziare una famiglia; o del pesce, e gli portano un animale lungo come la tavola; e con ciascuna di queste cose, una montagnola di patate bollite e un vasettino di mostarda vigorosa. Di pane, una fettina un po’ più grande di uno scudo, e sottile come una cartilagine; cosa spiacevole per noi latini, che divoriamo il pane come accattoni; così che in una trattoria olandese ci tocca a domandarne ogni momento, con grande stupore dei camerieri. Con uno di quei tre piatti, e un bicchier di birra di Baviera o di birra d’Amsterdam, un galantuomo può dire di aver desinato. Di vino, chi per poco abbia il granchio alla borsa, in Olanda non se ne discorre, perchè è caro assaettato; ma siccome là le borse son gonfie, così quasi tutti gli Olandesi dal mezzo ceto in su, ne bevono; e ci son certo pochi paesi dove si trovi la varietà e l’abbondanza di vini stranieri che si trova in Olanda: francesi e del Reno particolarmente.
Chi, dopo desinare, vuol dei liquori, in Olanda trova il fatto suo. Non c’è bisogno di dire che i liquori olandesi sono famosi nel mondo, e che è famosissimo per tutti il schiedam, estratto di ginepro, così chiamato dalla piccola città di Schiedam, distante poche miglia da Rotterdam, nella quale si trovano più di duecento fabbriche; e per dare un’idea del lavoro che vi si fa, basta dire che colla feccia della materia distillata, si nutriscono anno per anno trentamila bestie suine. Questo schiedam famoso, la prima volta che si assaggia, fa giurare e spergiurare che non se ne beverà più una goccia se si campasse cent’anni; ma chi ne ha bevuto, come dice il proverbio francese, ne beverà; e si comincia a provarlo con un mucchio di zucchero; e poi con un po’ meno; e poi senza, finchè, horribile dictu, col pretesto dell’umidità e della nebbia, se ne tracannano due bicchierini con una disinvoltura da marinai. Vien dopo per ordine di nobiltà il curaçò, liquore fine, femmineo, men vigoroso dello schiedam, ma assai più di quel dolciume nauseabondo che si spaccia in altri paesi colla raccomandazione del suo nome. Dopo il curaçò altri moltissimi, di tutte le gradazioni di forza e di sapore, coi quali un bevitore esperto si può dare, a sua fantasia, tutte le sfumature dell’ebbrezza; l’ebbrezza gentile, la forte, la chiassosa, la cupa—e disporre in modo il suo cervello da vedere il mondo nell’aspetto che convien meglio al suo umore, come si farebbe con uno strumento ottico, cambiando il colore delle lenti.
La prima volta che si desina in Olanda c’è una sorpresa curiosa al momento di pagare lo scotto. Io avevo fatto un desinare scarso per un batavo, ma per un italiano, abbondantino, e con quel che sapevo del gran caro d’ogni cosa in Olanda, m’aspettavo una di quelle sonate, alle quali, come dice Teofilo Gauthier, la sola risposta ragionevole da darsi è una pistolettata. Fui dunque gratamente meravigliato quando il cameriere mi disse che dovevo pagare quarante sous, e siccome nelle città grandi dell’Olanda tutte le monete corrono, misi sulla tavola quaranta soldi in argento francese, e aspettai, per dar tempo all’amico di ravvedersi, nel caso che si fosse ingannato. Ma l’amico guardò quel denaro senza alcun segno di ravvedimento, e disse con la più gran serietà:—Ancora altri quaranta soldi.—Scattai sulla seggiola domandando una spiegazione; e la spiegazione, ahimè, fu semplicissima. L’unità monetaria, in Olanda, è il fiorino, che corrisponde a due lire nostre e quattro centesimi; per il che il centesimo e il soldo olandesi corrispondono a qualcosa di più del doppio del centesimo e del soldo nostro; onde l’inganno e il disinganno.
Rotterdam, la sera, presenta un aspetto impreveduto a uno straniero. Mentre nelle altre città settentrionali a una cert’ora la vita si raccoglie nelle case, a Rotterdam, a quella stess’ora, si espande nelle strade. L’Hoog-Straat è percorsa fino a notte avanzata da una folla fittissima, le botteghe sono aperte,—perchè le serve vanno a far la spesa la sera;—i caffè sono affollati. I caffè olandesi hanno una forma particolare. Son per lo più una sala unica, lunga, divisa per mezzo da una tenda verde, che s’abbassa verso sera e nasconde, come un telone da teatro, tutta la parte di dietro, la quale è la sola illuminata; la parte davanti, separata dalla strada da una grande vetrata, rimane al buio, in maniera che dal di fuori non vi si vede che delle forme nere, e un luccichio di punte di sigari che paion lucciole; e tra quelle forme nere, qualche profilo vago di donna, a cui non conviene la luce.
Dopo i caffè, dan nell’occhio, come a Rotterdam in tutte le città d’Olanda, le botteghe dei tabaccai. Ce n’è una, si può dire, a ogni passo; e sono senza paragone le più belle d’Europa; non escluse le grandi botteghe di tabacchi d’Avana di Madrid. I sigari sono chiusi in scatole di legno, su ciascuna delle quali è attaccato un ritratto a stampa del re e della regina, o di qualche illustre cittadino olandese; e tutte queste scatole sono ammontate nelle vetrine altissime, in mille forme architettoniche, come di torri, di campanili, di tempietti, di scale a chiocciola, che s’inalzano da terra fin quasi al soffitto. In queste botteghe, risplendenti di fiammelle come botteghe di Parigi, si trovan sigari di tutte le forme e di tutti i sapori; e il tabaccaio cortese ve li porge in una apposita busta di carta velina, dopo averne spuntato uno con una macchinetta.
Le botteghe olandesi sono illuminate sfarzosamente; e benchè non presentino per sè stesse alcuna differenza da quelle delle altre grandi città europee, offrono però un aspetto particolare, di notte, per il contrasto che ne riesce fra il pian terreno e la parte superiore delle case. Sotto è tutto vetri, lumi, colori, splendori; sopra son quelle facciate cupe, con quelle punte, con quegli scalini, con quelle curve; la parte superiore della casa è la vecchia Olanda, semplice, buia e silenziosa; il pian terreno è la vita nuova, la moda, il lusso, l’eleganza. Oltre a questo, siccome le botteghe, essendo tutte le case strettissime, occupano l’intero piano terreno, e sono per lo più tanto fitte che si toccano le une le altre, così di notte nelle strade come l’Hoog-Straat, non si vede quasi punto muro dal primo piano in giù, e sembra che le case sian tutte sorrette dalle vetrine, e le vetrine si confondono tutte da lontano in due larghe striscie fiammeggianti che fiancheggiano la strada come due siepi accese e l’inondano di luce, in modo che vi si troverebbe uno spillo.
Passeggiando per le strade di Rotterdam, la sera, si vede che è una città riboccante di vita, che si espande; una città, sto per dire, adolescente, nel periodo della crescenza, la quale, come una persona nei suoi panni, si sente d’anno in anno più allo stretto nelle sue case e nelle sue strade. I suoi centoquattordici mila abitanti saranno forse duecentomila in un avvenire non lontano. Le strade secondarie sono formicai di bimbi; ce n’è un ripieno, un ribocco, che rallegra gli occhi ed il cuore. Per le vie di Rotterdam spira un non so che aria di festa. Quei visotti bianchi e rossi delle serve, di cui si vedono spuntare da tutte le parti le cuffiette bianche, quei faccioni sereni di negozianti che sorbiscono lentamente dei grandi bicchieri di birra, quelle contadine coi grossi orecchini d’oro, quella pulizia, quei fiori alle finestre, quella folla operosa e tranquilla, danno a Rotterdam un aspetto di salute e di pace contenta, che fa venir sulle labbra il Te beata dei Sepolcri, non col grido dell’entusiasmo, ma col sorriso della simpatia.
Rientrando all’albergo, vidi tutt’una famiglia francese ferma in un corridoio ad ammirare i chiodi d’una porta che parevan tanti bottoni d’argento.
La mattina seguente appena levato, mi affacciai alla finestra, ch’era al secondo piano, e vedendo i tetti delle case dirimpetto, riconobbi, con meraviglia, che il Bismark era da scusarsi se aveva creduto di veder dei fantasmi sui tetti delle case di Rotterdam. Sulle rocche di cammino, in fatti, di tutte le case antiche, s’alzano dei tubi curvi o diritti, sovrapposti di traverso gli uni agli altri, incrociati e ricrociati in forma di braccia aperte, di forche, di corna smisurate, di atteggiamenti impossibili, da far pensare che abbiano un significato, che sian come un richiamo misterioso da casa a casa, e che di notte si debbano muovere con uno scopo.
Scesi nell’Hoog-Straat, era giorno di festa, si vedevano le poche botteghe aperte; ma nemmen quelle poche, mi dissero gli stessi Olandesi, si sarebbero viste non molti anni fa: l’osservanza del precetto religioso, ch’era rigorosissima, si comincia a rilassare. Vidi piuttosto un segno di festa nel vestire della gente, e specialmente degli uomini. Gli uomini, soprattutto delle classi inferiori (e osservai questo anche nelle altre città) hanno una manifesta simpatia per gli abiti neri, e li sfoggiano per lo più la domenica: cravatta nera, calzoni neri e certe palandrane nere che toccan quasi il ginocchio; costume che coll’andatura lenta e il viso grave, dà loro un’aria di sindaci di villaggio che vadano ad assistere a un Te Deum ufficiale.
Ma quello che mi stupì fu di vedere, a quell’ora, quasi tutte le persone che incontravo, signori e povera gente, uomini e ragazzi, col sigaro in bocca. Questa malaugurata abitudine di sognare da svegli, come scriveva Emilio Girardin, quando faceva la guerra ai fumatori, occupa una così larga parte nella vita degli Olandesi, che bisogna dirne qualchecosa.
Il popolo olandese è forse di tutti i popoli del settentrione quello che fuma di più. L’umidità del clima gliene fanno quasi un bisogno; il prezzo moderatissimo del tabacco rende possibile a tutti di soddisfarlo. Per mostrare quanto sia radicata quest’abitudine, basti dire che i barcaioli del trekschuit, che è la diligenza acquatica dell’Olanda, misurano le distanze col fumo. Di qui, dicono, alla tal città, ci sono, non tante miglia, ma tante pipate. Quando s’entra in una casa, dopo il primo saluto, l’ospite vi porge un sigaro; quando uscite, ve ne porge un altro, qualche volta ve ne riempie le tasche. Per le strade si vedon persone che accendono un sigaro col mozzicone ancora acceso dell’ultimo fumato, senza soffermarsi, con aria di gente affaccendata, per la quale è ugualmente rincrescevole di perdere un minuto di tempo e una boccata di fumo. Moltissimi s’addormentano col sigaro in bocca, accendono il sigaro quando si svegliano durante la notte e lo riaccendono la mattina prima di mettere i piedi fuori del letto. Un olandese, scriveva il Diderot, è un lambicco vivente; e pare infatti che il fumare sia per lui quasi una funzione necessaria della vita. Molti dissero che tutto questo fumo gli annebbia l’intelligenza. Eppure se v’è un popolo, come osserva giustamente l’Esquiroz, che abbia un’intelligenza netta e precisa al più alto grado, è il popolo olandese. D’altra parte in Olanda, il sigaro non è scusa all’ozio, nè si fuma per sognare da svegli; ognuno fa i fatti suoi cacciando fuori dei nuvoletti bianchi dalla bocca, regolarmente, come il tubo di un fornello d’officina, e il sigaro, invece d’essere una distrazione, è uno stimolo e un aiuto al lavoro. Il fumo, mi disse un olandese, è il nostro secondo fiato; e un altro mi definì il sigaro: il sesto dito della mano.
Qui, a proposito di tabacco, vorrei raccontare la vita e la morte d’un famoso fumatore olandese; ma temo un po’ le scrollate di spalla de’ miei amici olandesi, i quali mi raccontarono quella vita e quella morte, lamentandosi appunto che gli stranieri, che scrivon dell’Olanda, lascin da parte delle cose importanti ed onorevoli per il paese, per occuparsi di corbellerie di quella natura.
Ma tant’è, mi pare una corbelleria così nuova che non posso tenermela nella penna.
V’era dunque una volta un ricco signore dei dintorni di Rotterdam, il quale si chiamava Van Klaës, ed era soprannominato papà gran pipa, perchè era vecchio, grosso e gran fumatore. La tradizione racconta ch’egli aveva fatto fortuna, da onesto negoziante, nelle Indie, e ch’era un uomo di miti costumi e di buon cuore. Tornato dalle Indie, s’era fatto fabbricare un bellissimo palazzo vicino a Rotterdam, e in questo palazzo aveva raccolto e disposto in forma di Museo tutti i modelli di pipe che vide il sole, in tutti i paesi e in tutti i tempi, da quelle che servivano agli antichi barbari per fumare la canapa alle splendide pipe di schiuma e d’ambra sopraccaricate di figurine e cerchiellate d’oro che si ammirano nelle più belle botteghe di Parigi. Il Museo era aperto agli stranieri, e ad ognuno che lo visitasse, il signor Van Klaës, dopo aver sfoggiato la sua vasta erudizione fumatoria, riempiva le tasche di sigari e di tabacco e regalava un catalogo del Museo con una copertina di velluto.
Il signor Van Klaës fumava cento cinquanta grammi di tabacco al giorno, e morì all’età di novantott’anni; così che, fatto il conto colla supposizione che abbia cominciato a fumare di diciotto anni, in tutto il corso della sua vita egli ne fumò quattromila trecento ottantatrè chilogrammi; colla quale quantità di tabacco, si forma una striscia nera non interrotta della lunghezza di venti leghe francesi. Con tutto ciò il signor Van Klaës si mostrò assai più grande fumatore in morte che in vita. La tradizione ha conservato tutti i particolari della sua fine. Gli mancavan pochi giorni a compire il novantottesimo anno, quando egli sentì improvvisamente che quell’anno sarebbe stato l’ultimo. Mandò a chiamare il suo notaio, ch’era pure un fumatore emerito, e senz’altro preambolo: “Notaro mio” gli disse “riempite la mia pipa e la vostra; io mi sento morire.” Il notaio riempì le pipe, le accesero e il signor Van Klaës dettò il suo testamento, che diventò poi celebre in tutta l’Olanda.
Dopo aver disposto d’una gran parte del suo avere a favore di parenti, d’amici e d’ospizi, dettò i seguenti articoli:
Voglio che tutti i fumatori del paese siano invitati ai miei funerali con tutti i mezzi possibili: giornali, lettere private, circolari, annunzi. Ogni fumatore che si renderà all’invito, riceverà in dono dieci libbre di tabacco e due pipe, sulle quali siano incisi il mio nome, le mie armi e la data della mia morte. I poveri del distretto che accompagneranno il mio feretro, riceveranno ogni anno, il giorno anniversario della mia morte, un gran pacco di tabacco. A tutti coloro che assisteranno al funerale, metto per condizione, se vogliono partecipare ai benefizi del mio testamento, che fumino senza interruzione per tutta la durata della cerimonia. Il mio corpo sarà chiuso in una cassa rivestita internamente del legno delle mie vecchie scatole dei sigari d’Avana. In fondo alla cassa, sarà deposta una scatola di tabacco francese detto caporal e un pacco del nostro vecchio tabacco olandese. Al mio fianco, sarà messa la mia pipa prediletta e una scatola di fiammiferi.... perchè non si sa mai quello che possa accadere. Portato il feretro al cimitero, tutte le persone del corteggio, prima d’andarsene, gli sfileranno dinanzi e vi getteranno sopra la cenere della loro pipa.
Le ultime volontà del signor Van Klaës furono rigorosamente compiute; i funerali riescirono splendidi e velati da una fitta nebbia di fumo; la cuoca del defunto, che si chiamava Gertrude, alla quale il padrone aveva lasciato, con un codicillo, una rendita considerevole, a patto che vincesse la sua ostinata avversione al tabacco, accompagnava la processione con un sigaretto di carta fra le labbra; i poveri benedissero la memoria del benefico signore, e tutto il paese risonò delle sue lodi, come risuona oggi ancora della sua fama.
Passando lungo un canale, vidi, con nuovi effetti, uno di quei rapidi cambiamenti di tempo che avevo visti il giorno innanzi. Tutt’a un tratto il sole dispare, quell’infinita varietà di colori ridenti si offusca, e comincia a soffiare un venticello d’autunno. Allora alla quiete allegra di poc’anzi succede da tutte le parti e in ogni cosa una sorta d’agitazione paurosa. I rami degli alberi stormiscono, le bandierine dei bastimenti ondeggiano, le barchette legate alle palafitte saltellano, le acque tremolano, i mille oggetti appesi alle case dondolano, le braccia dei mulini girano più rapide; pare che corra per tutto un brivido d’inverno e che la città si rimescoli come se avesse inteso una minaccia misteriosa. Dopo pochi minuti il sole ricompare, e col sole i colori, la pace, l’allegrezza. Questo spettacolo mi fece pensare che veramente l’Olanda non si possa dire un paese d’aspetto triste, come molti credono; ma piuttosto tristissimo o allegrissimo a vicenda, secondo il tempo. È in ogni cosa il paese dei contrasti. Sotto un cielo capricciosissimo v’è il popolo meno capriccioso della terra; e questo popolo fermo e ordinato, ha l’architettura più barcollante e più scompigliata che si possa veder con due occhi.
Prima d’entrare nel Museo di Rotterdam, mi sembrano opportune alcune osservazioni sulla pittura olandese, non per coloro che sanno, ben inteso, ma per coloro che hanno dimenticato.
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