Читать книгу «Olanda» онлайн полностью📖 — Edmondo De Amicis — MyBook.

Rotterdam, in somma, ha un avvenire più splendido che Amsterdam, ed è da molto tempo una rivale temuta della sorella maggiore. Non possiede le grandi ricchezze della capitale; ma è più industriosa nel valersi delle sue; intraprende, ardisce, rischia, da città giovane e avventurosa. Amsterdam, come un negoziante divenuto cauto dopo essersi fatto ricco con imprese ardite, comincia a sonnecchiare sui suoi tesori. A Rotterdam, per definire in un tratto le tre grandi città dell’Olanda, si fa fortuna; in Amsterdam, si consolida; all’Aja, si spende.

Si capisce da questo come Rotterdam debba essere guardata un po’ dall’alto in basso dalle altre due città; un po’ considerata come una parvenue, anche per un’altra ragione: che è mercantessa pretta non occupata d’altro che dai suoi affari, e che ha poca aristocrazia, e quella poca non ricchissima e modesta. Amsterdam invece racchiude il fiore dell’alto patriziato mercantile; Amsterdam ha grandi musei di pittura, protegge le arti, è letterata; unisce, in somma, il titolo al sacchetto. Malgrado però la sua superiorità, essa è gelosa della sua sorella cadetta, e questa di lei; gareggiano e si dispettano; quello che fa l’una fa l’altra; quello che il Governo accorda all’una, l’altra lo vuole; in questo stesso momento, aprono tutt’e due un canale verso il mare; due canali dei quali non è ancora ben certo se si potranno servire; ma non monta; i bambini fanno così:—Pietro ha un cavallo;—voglio un cavallo anch’io; e il Governo, babbo condiscendente, deve contentare il grande e il piccino.

Visto il porto, percorsi tutta la diga dei Boompjes, sulla quale si stende una schiera non interrotta di grandi case nuove, costrutte all’uso di Parigi e di Londra,—case che, come da per tutto, gli abitanti ammirano e lo straniero non guarda, o guarda con dispetto;—poi tornai indietro, rientrai in città, e di canale in canale, di ponte in ponte, riuscii nell’angolo formato dall’Hoog-Straat con uno dei due canali lunghissimi che chiudono la città ad oriente.

Quella è la parte più povera della città.

Entrai nella prima strada che vidi e feci parecchi giri in quel quartiere, per veder da vicino come sta la gente bassa nelle città olandesi. Le strade sono strettissime e le case più piccine e più sbilenche che in ogni altra parte; di molte si può toccare il tetto colle mani; le finestre sono a poco più d’un palmo da terra; le porte basse da doversi chinare per entrarci. Malgrado ciò, non v’è la menoma apparenza di miseria. Anche là le finestre hanno i loro specchietti—le spie, come si dicono in olandese,—i loro vasi di fiori sul davanzale, difesi da cancellatine verdi; le loro tendine bianche; gli usci tinti di verde o di azzurro; tutto spalancato, in modo che si vedon le camere da letto, le cucine, tutti i recessi della casa, stanzette che paiono scatole, dove la roba è ammontata come in botteghe da rigattieri; ma rami, stoviglie, mobili, tutto pulito e luccicante come in case di signori. Passando per quelle strade non si trova ombra di sudiciume da nessuna parte, non si sente un cattivo odore, non si vede nè un cencio nè una mano tesa per chiedere: si respira la pulizia e il benessere, e si pensa con vergogna ai luridi quartieri dove formicola il basso popolo in molte delle nostre città, ed anco non nostre, non esclusa Parigi, che ha pure la sua strada Mouffetard.

Tornando verso l’albergo, passai per la piazza del gran mercato, posta nel bel mezzo della città, e non meno strana di tutto quello che la circonda.

È una piazza sospesa sull’acqua; nello stesso punto piazza e ponte; un ponte larghissimo che congiunge la diga principale,—l’Hoog-Straat,—con un quartiere della città, circondato da canali. Questa piazza aerea è cinta di vecchi edifizi su tre dei suoi lati, sull’uno dei quali s’apre una strada lunga, stretta ed oscura, occupata tutt’intera da un canale che pare una strada di Venezia; ed è aperta dal quarto lato sur una specie di bacino formato dal canale più largo della città, che comunica direttamente colla Mosa. Su questa piazza s’innalza, circondata da baracche e da carretti, in mezzo a mucchi di legumi, d’aranci, di tegami, fra una folla di rivendugliole e di merciaiuoli, dentro una cancellata coperta di stuoie e di cenci, la statua di Desiderius Erasmus, la prima gloria letteraria di Rotterdam; quel Gerrit Gerritz,—poichè il nome latino, a somiglianza di tutti gli altri grandi scrittori del suo tempo, se l’era posto egli medesimo;—quel Gerrit Gerritz appartenente, per la sua educazione, il suo stile e le sue idee, alla famiglia degli umanisti e degli eruditi d’Italia, scrittore fine, profondo e infaticabile di lettere e di scienze, che riempì del suo nome l’Europa fra il decimoquinto e il decimosesto secolo, che fu colmato di favori dai papi, cercato, festeggiato dai principi; e delle cui innumerevoli opere, scritte tutte in latino, si legge ancora l’Elogio della pazzia, dedicato a Tommaso Moro. Quella statua di bronzo, innalzata nel 1622, rappresenta Erasmo vestito d’una pelliccia, con un berretto di pelo, un po’ inclinato innanzi come uno che cammina, con un grosso libro aperto in mano, nell’atto di leggere; e il piedestallo porta una doppia iscrizione olandese e latina che lo chiama vir sæculi sui primarius e civis omnium præstantissimus. E malgrado questo pomposo elogio, il povero Erasmo, piantato là come una guardia municipale in mezzo al mercato, fa compassione. Non v’è, io credo, sulla faccia della terra un’altra statua di letterato che sia come la sua trascurata da chi passa, disprezzata da chi la circonda, commiserata da chi la guarda. Ma chi sa che Erasmo, da quell’arguto filosofo che fu e che dev’essere ancora, non si contenti di quel cantuccio, tanto più che non è lontano da casa sua, se la tradizione non tradisce. In una stradetta vicino alla piazza, nel muro d’una piccola casa occupata da una taverna, si vede dentro una nicchia una statuetta di bronzo che rappresenta il grande scrittore, e sotto la nicchia l’iscrizione Hæc est parva domus magnus qua natus Erasmus; che forse otto su dieci Rotterdamesi non hanno mai letta nè vista.

In un angolo di quella stessa piazza, v’è una piccola casa chiamata la casa della paura, sopra un muro della quale si vede un’antica pittura di cui non ricordo il soggetto. Il nome di casa della paura le fu posto, stando alla tradizione, perchè i più cospicui personaggi vi si ricoverarono quando gli Spagnuoli diedero il sacco alla città, e vi rimasero chiusi tre giorni interi senza mangiare. E non è quella la sola memoria degli Spagnuoli che si conservi a Rotterdam. Molti edifizi, costrutti al tempo della loro dominazione, rammentano la maniera d’architettura che s’usava allora nella Spagna; e parecchi portano ancora iscrizioni spagnuole. Nelle città d’Olanda le iscrizioni sulle case sono molto comuni. Le case si gloriano della loro vecchiezza come le bottiglie di vino, e mostrano la data della loro costruzione scritta in grandi caratteri nel mezzo della facciata.

Sulla piazza del mercato potei osservare con tutto comodo gli orecchini delle donne, i quali sono una cosa da meritare che se ne parli minutamente.

A Rotterdam non vidi che gli orecchini in uso nell’Olanda meridionale; ma anche solo in questa provincia, la varietà è grandissima. Si somigliano però tutti in questo, che invece di essere appesi all’orecchio, sono appesi alle due estremità d’un cerchio metallico, d’oro o d’argento o di rame dorato, che cinge la testa come un mezzo diadema, e viene a terminare sulle tempie. Gli orecchini più comuni hanno la forma d’una spirale a cinque o sei giri, sovente larghissimi, e sono attaccati in modo alle due estremità del cerchio, che sporgono innanzi al viso come le gambe di un paio d’occhiali. Molte donne portano ancora appesi a queste spirali due orecchini della forma ordinaria, ma più grandi, i quali scendono quasi fino a toccare il seno e dondolano dinanzi alle guance come le gingioliere dei bovi. Altre hanno il cerchio d’oro che cinge anche la fronte ed è cesellato, ornato di fiorami in rilievo, di borchiette, di bottoni. Quasi tutte portano i capelli lisci e compressi, e una cuffia bianca ricamata od ornata di trina che copre e stringe la testa come una cuffia da notte e scende in forma di velo pure trinato e ricamato intorno al collo e sulle spalle. Questo velo svolazzante all’uso arabo e quegli orecchini spropositati e stravaganti, dànno a queste donne un aspetto tra regale e barbaresco, che, se non fossero bianche come sono, le farebbe pigliare per donne di qualche paese selvaggio, che avessero conservato del loro costume nativo l’ornamento del capo. Non mi meraviglio che certi viaggiatori, al vedere per la prima volta quegli orecchini, abbiano creduto che fossero ad un tempo un ornamento e uno strumento, e abbiano chiesto a che cosa servissero. Ma si può anche supporre che siano fatti così per un altro scopo: che servano cioè come armi di difesa al pudore femminile, perchè un impertinente che avvicinasse troppo il viso, incontrerebbe quell’impedimento almeno quattro dita prima di giungere a toccare la guancia. Questi orecchini, portati particolarmente dalle donne del contado, son quasi tutti d’oro e costano, grandi come sono e poi col cerchio e gli altri accessorii, una bella somma; ma dei contadini olandesi vidi ben altre ricchezze nelle mie passeggiate in campagna.

Vicino alla piazza del mercato v’è la Cattedrale, fondata verso la fine del decimoquinto secolo, al tempo della decadenza dell’architettura ogivale: allora chiesa cattolica, dedicata a san Lorenzo, ora la prima chiesa protestante della città. Il protestantesimo, vandalo della religione, entrò nella chiesa antica col piccone e col pennello dell’imbianchino, ruppe, scrostò, sdorò, intonacò, lacerò con pedantesco fanatismo tutto quello che vi rinvenne di bello e di splendido, e la ridusse un edifizio nudo, bianco, freddo, quale avrebbe dovuto essere, al tempo degli Dei falsi e bugiardi, un tempio consacrato alla Dea della Noia. Un organo immenso, composto di quasi cinquemila canne, che rende, fra gli altri suoni, l’effetto dell’eco; alcune tombe d’ammiragli ornate di lunghi epitaffi olandesi e latini; molti banchi, qualche ragazzo col cappello in capo, un gruppo di donne che chiacchieravano ad alta voce, un vecchietto col sigaro in bocca in un canto: non vidi altro. Quella era la prima chiesa protestante in cui mettevo il piede e confesso che mi fece un senso sgradevole, misto un po’ di tristezza e di scandalo. Confrontai quell’aspetto di chiesa devastata colle magnifiche cattedrali d’Italia e di Spagna, dove sulle pareti rischiarate d’una luce soave e misteriosa, a traverso le nuvole d’incenso, s’incontrano gli sguardi amorosi degli angioli e delle sante, che ci mostrano il cielo; dove si vedono tante immagini d’innocenza che rasserenano, tante immagini di dolore che aiutano a soffrire, che ispirano la rassegnazione, la pace, la dolcezza del perdono; dove il povero senza tetto e senza pane, respinto dalla porta del ricco, può pregare fra i marmi e gli ori, come in una reggia, nella quale non è disdegnato, fra uno splendore e una pompa che non lo umilia, che anzi onora e conforta la sua miseria; quelle cattedrali, in fine, dove c’inginocchiammo da fanciulli accanto a nostra madre, e sentimmo per la prima volta una dolce sicurezza di riviver un giorno con lei in quei profondi spazi azzurri che vedevamo dipinti nelle cupole sospese sul nostro capo. Confrontando quella chiesa con queste cattedrali, mi accorsi ch’ero assai più cattolico che non credessi, e sentii la verità di quelle parole del Castelar:—Ebbene, sì, sono razionalista: ma se un giorno dovessi tornare in seno ad una religione, tornerei a quella splendida dei miei padri, e non a codesta religione squallida e nuda, che rattrista i miei occhi e il mio cuore!

Dall’alto della torre si vede con un colpo d’occhio tutta la città di Rotterdam coi suoi piccoli tetti rossi ed acuti, i suoi larghi canali, i suoi bastimenti sparpagliati fra le case, e tutt’intorno alla città, una pianura sconfinata e verdissima, percorsa da canali fiancheggiati d’alberi, sparsa di mulini a vento, di villaggi nascosti in mezzo a mucchi di verzura, che non mostrano che la punta dei loro campanili. In quel momento il cielo era sereno, si vedevano luccicare le acque della Mosa dalle vicinanze di Bois-le-Duc fino quasi alla sua foce; si scorgevano i campanili di Dordrecht, di Leida, di Delft, dell’Aja, di Gouda; ma da nessuna parte, nè vicino nè lontano, una collina, un rialto di terra, una curva che interrompesse la linea diritta rigidissima dell’orizzonte. Era come un mare verde ed immobile, sul quale i campanili rappresentavano alberi di bastimenti ancorati. L’occhio spaziava su quell’immenso piano quasi riposandosi, ed io provavo per la prima volta quel sentimento indefinibile che ispira la campagna olandese, che non è tristezza, nè piacere, nè noia, ma un misto di tutte e tre queste cose, che ci tien là molto tempo immobili, senza saper che cosa si guarda e a che cosa si pensa.

Tutt’a un tratto fui scosso da una musica bizzarra che non capii subito di dove venisse. Erano campane che suonavano un’arietta allegra con note argentine, le quali ora scoccavano lente che pareva si staccassero a fatica l’una dall’altra, ora prorompevano in gruppi, in fioriture strane, in trilli, in scoppi sonori; una musica saltellante e piena di ghiribizzi, che aveva qualcosa di primitivo come la città variopinta, sulla quale si spandevan le sue note a guisa d’uno stormo d’uccelli; e anzi consuonava così al carattere della città, che pareva la sua voce naturale, un’eco della vita antica di quella gente, che faceva pensare al mare, alla solitudine, alle capanne, e nello stesso tempo destava il riso e toccava il cuore. All’improvviso la musica cessò e sonarono le ore. In quello stesso punto altri campanili lanciavano nell’aria altre ariette delle quali mi arrivavano appena all’orecchio le note più acute, e finite le ariette, suonavan le ore come il primo. Questo concerto aereo, come seppi poi, e me ne fu spiegato il meccanismo, si ripete ad ogni ora del giorno e della notte, in tutti i campanili dell’Olanda; e sono arie di canzoni nazionali, di salmi, d’opere italiane e tedesche. Così in Olanda l’ora canta, come per distrarre la mente dal pensiero triste del tempo che fugge, e canta la patria, la religione e l’amore, con un’armonia che sorvola a tutti i rumori della terra.

Ora, per continuare a dire per ordine quello che vidi e quello che feci, devo condurre chi legge in un caffè e pregarlo d’assistere al mio primo desinare olandese.

Gli Olandesi mangiano molto. Il maggior piacere che si pigli da loro, come dice il cardinale Bentivoglio, è fra i conviti e le tavole. Ma non sono golosi, son voraci; tirano alla quantità più che alla qualità. Fin dai tempi antichi, erano canzonati dai loro vicini, non soltanto per la ruvidezza dei loro costumi, ma per la semplicità del loro nutrimento: si chiamavano mangiatori di latte e di formaggio. Mangiano generalmente cinque volte al giorno. Di levata, tè, caffè, latte, pane, cacio, burro; poco prima di mezzogiorno una buona colezione; prima di pranzo, quello che si direbbe uno spuntino, cioè un bicchier di liquore e qualche biscotto; poi un gran pranzo; e la sera tardi il pusigno, per usare la parola propria, ossia qualche cosuccia, tanto per non andare a letto collo stomaco ozioso. Mangiano poi in comune in molte occasioni non parlo di nascite e di matrimoni, che è uso di tutti i paesi; ma, per esempio, di sepolture: usando che gli amici e i conoscenti che hanno accompagnato il convoglio funebre, riconducano la famiglia del defunto a casa, e là siano invitati a mangiare e a bere, e facciano per solito molto onore ai loro ospiti. La pittura olandese, quando non ci fosse altra testimonianza, è là per provarci la parte principalissima che ebbe sempre la tavola nella vita di quel popolo. Oltre gl’infiniti quadri di soggetti casalinghi, nei quali si direbbe che il piatto e la bottiglia sono i protagonisti, quasi tutti i grandi quadri che rappresentano personaggi storici, borgomastri, guardie civiche, li mostrano seduti a tavola in atto di mordere, di tagliare, di mescere. Persino il loro eroe, Guglielmo il Taciturno, l’incarnazione della nuova Olanda, incarnò pure quest’amor nazionale della tavola, ed ebbe il primo cuoco dei suoi tempi; un così grande artista che i principi tedeschi mandavano dei principianti a perfezionarsi alla sua scuola, e Filippo II, in uno di quei periodi d’apparente riconciliazione col suo mortale nemico, glielo chiese in regalo.

Ma, come dissi, il carattere principale della cucina olandese è l’abbondanza, non la raffinatezza. I Francesi, che sono buongustai, ci trovano molto a ridire. Mi ricordo d’uno scrittore di certe Mémoires sur la Hollande

1
...
...
9