È difficile raccapezzare qualcosa della città di Rotterdam entrandoci di notte. La carrozza, appena mossa, passò sopra un ponte che risonò cupamente, e mentre credevo d’essere, ed ero infatti, dentro la città, vidi con stupore a destra e a sinistra due file di bastimenti che si perdevano nel buio. Passato il ponte, percorremmo una strada illuminata e piena di gente, e riuscimmo a un altro ponte, in mezzo ad altre file di bastimenti. E così innanzi per un pezzo, da un ponte in una strada, da una strada sur un ponte, e per accrescere la confusione, una luminaria non mai veduta di lampioni agli angoli delle case, di lanterne sui bastimenti, di fanali sui ponti, di lumi alle finestre, di lumicini sotto le case, di riflessi di tutta questa luce sull’acqua. A un tratto la carrozza si fermò, si affollò gente, misi la testa fuori e vidi un ponte in aria. Domandai che c’era, uno sconosciuto mi rispose che passava un bastimento. Di lì a un minuto, andammo innanzi, vidi di sfuggita un crocicchio di canali e di ponti che formavano come una gran piazza tutta irta di alberi di bastimento e tempestata di punti luminosi, e infine s’infilò una strada e s’arrivò all’albergo.
La prima cosa che feci, entrando nella mia camera, fu di vedere se rispondeva alla gran fama della pulizia olandese. Rispondeva, ed è tanto più da ammirarsi in una camera d’albergo, quasi sempre occupata da gente profana a quello che presso gli Olandesi si potrebbe chiamare il culto della pulizia. La biancheria era candida come la neve, i vetri trasparenti come l’aria, i mobili lucidi come il cristallo, le pareti nitide da non trovarci un punto nero colla lente. Oltre a questo, una paniera per i fogliacci, una tavoletta per accendere i fiammiferi, una lastrina per smorzare i sigari, una scatola per i mozziconi, un vasetto per la cenere, una cassetta per gli sputi, un’assicella per le scarpe; insomma, non un pretesto al mondo per insudiciare checchessia.
Visitata la camera, stesi sul tavolino la pianta di Rotterdam e feci i miei studi preparatorii per il domani.
È una cosa singolare che le grandi città dell’Olanda, benchè sian state fabbricate in un suolo malfermo, e vincendo difficoltà d’ogni specie, hanno tutte una forma straordinariamente regolare. Amsterdam è un semicircolo, l’Aja è un quadrato, Rotterdam è un triangolo equilatero. La base del triangolo è una immensa diga, che difende la città dalla Mosa, chiamata Boompjes, che significa in olandese alberetti, da una fila di piccoli olmi, ora altissimi, che vi furon piantati quando fu costruita. Un’altra gran diga forma un secondo baluardo contro le inondazioni del fiume, che divide in due parti quasi uguali la città, dal mezzo del lato sinistro fino all’angolo opposto. La parte di Rotterdam compresa fra le due dighe è tutta grandi canali, isolette e ponti, ed è la città nuova; quella che si stende di là dalla seconda diga è la città antica. Due grandi canali si stendono lungo gli altri due lati della città fino al vertice, dove si congiungono, e ricevono un fiume che si chiama Rotte, il quale, colla parola dam che significa diga, forma il nome di Rotterdam.
Compiuto così il mio dovere di viaggiatore coscienzioso, usando mille cautele per non offendere nemmeno col fiato la pulizia purissima di quel gioiello di camera, mi abbandonai con una sorta di timidità contadinesca al mio primo letto olandese.
I letti olandesi, parlo di quei degli alberghi, sono ordinariamente corti, larghi, e occupati in buona parte da un grandissimo guanciale pieno di piuma, nel quale s’affonderebbe la testa d’un ciclope; e aggiungo, per dir tutto, che il lume ordinario è una bugia di rame grande come un piatto che potrebbe sostenere una torcia a vento, e regge invece, una candelina corta e sottile come il dito mignolo di una spagnuola.
La mattina, appena levato, scesi le scale a precipizio.
Che strade, che case, che città, che confusione di cose nuove per uno straniero: che spettacolo diverso da tutto quel che si vede in tutti gli altri paesi d’Europa!
Vidi prima l’Hoog-Straat, una strada lunghissima e diritta, che corre sulla diga interna della città.
Le case senza intonaco, color di mattone di tutte le sfumature, dal rosso cupo quasi nero, al rosso quasi roseo, la maggior parte non più larghe di due finestre e non più alte di due piani, hanno il muro della facciata che sorpassa e nasconde il tetto, stringendosi in forma di triangolo mozzo, sormontato da un frontone. Di queste facciate a punta, altre s’alzano con due curve, come un lungo collo senza testa; altre son tagliate a scalini, come le case che fanno i bambini coi legnetti; alcune presentano il prospetto d’un padiglione conico, altre di chiesuole di campagna, altre di baracche da palcoscenico. I frontoni sono generalmente contornati di righe bianche, di ornati di cattivo gusto, di grossolani rabeschi in rilievo intonacati; le finestre e le porte, con larghi contorni bianchi; altre righe bianche fra piano e piano; gli spazii tra porta e porta di bottega, rivestiti di legno bianchiccio; così che per tutta la lunghezza delle strade non si vedon che due colori: bianco e rosso scuro, e in lontananza tutte le case paion nere, listate di tela, e presentano un aspetto tra funebre e carnevalesco, che lascia in dubbio se s’abbia da dire che rattrista o che rallegra. Al primo aspetto mi venne da ridere, non parendomi possibile che quelle case fossero state fatte sul serio, e che ci potesse star dentro della gente posata. Avrei detto che passata l’occasione di non so che festa dovessero sparire, come certi edifizi di cartone dopo che si son fatti i fuochi d’artifizio.
Mentre guardavo così vagamente la strada, vidi una casa che mi fece fare un atto di stupore. Credetti d’aver preso abbaglio, la guardai meglio, guardai le case vicine, le raffrontai colla prima e fra di loro, e temetti ancora di aver le traveggole. Svoltai in fretta in una strada laterale e mi parve di vedere la stessa cosa. Infine mi persuasi che veramente non m’ingannavo, e che tutta la città era in quel modo.
Tutta la città di Rotterdam è tal quale sarebbe una città rimasta immobile nel punto che, scossa da un terremoto, stava per cadere in rovina.
Tutte le case—si possono, in una strada, contar le eccezioni sulle dita—pendono, quale più quale meno; ma la maggior parte tanto che, all’altezza del tetto, sporgono innanzi un buon braccio dalla casa vicina, che sia ritta o inclinata appena visibilmente. Ma lo strano è questo, che le case che si toccano le une con le altre, sono inclinate da diverse parti; una pende innanzi, che pare voglia precipitare; l’altra pende indietro; una s’inclina a sinistra, l’altra s’inclina a destra. In alcuni punti sei o sette case contigue pendono tutte innanzi, quelle in mezzo di più, quelle all’estremità di meno, formando così una gran pancia come uno stecconato che s’incurvi sospinto da una folla. In altri punti due case un po’ discoste s’inclinano l’una verso l’altra come si sorreggessero a vicenda. In certe strade, per un lungo tratto, tutte le case pendono dalla stessa parte di fianco, come alberi abbattuti l’un sull’altro dal vento; e poi, per un altro lungo tratto, pendono tutte nella direzione opposta, come un’altra fila d’alberi incurvati da un vento contrario. In alcuni punti vi è una certa regolarità d’inclinazione, che quasi non si avverte; in altri, su certi crocicchi, in certe stradette è uno scompiglio da non poter descrivere, una vera baldoria architettonica, una danza di case, un disordine che sembra animato. Vi son le case che par che caschin innanzi dal sonno, quelle che si rovesciano indietro spaventate, quelle che s’inclinano l’una verso l’altra, quasi fino a toccarsi coi tetti, come per confidarsi di segreti; quelle che si cascano addosso le une alle altre come ubriache; alcune che pendono indietro, in mezzo a due che pendono innanzi, come malfattori strascinati da due guardie; schiere di case che fanno una riverenza a un campanile; gruppi di casette tutte inclinate verso una nel mezzo, che par che congiurino contro qualche palazzo. E dirò poi il segreto della cosa.
Ma nè la forma, nè l’inclinazione son quello che mi parve più curioso in quelle case.
Bisogna osservarle attentamente, una per una, dall’alto al basso, e c’è da divertirsi come dinanzi a un quadro.
Sulla sommità della facciata, nel mezzo del frontone, sporge, in alcune case, un tronco di trave inclinato, con una carrucola e una corda per calare e tirar su secchiolini e corbelli. In altre, sporge pure, da un finestrino tondo, una testa di cervo, di montone o di capra. Sotto la testa, v’è un cordone di pietre imbiancate, o una traversa di legno che taglia tutta la facciata. Sotto la traversa, vi son due larghe finestre, sulle quali sporgono due tende in forma di baldacchino ricascanti dai lati. Sotto queste tende, sui vetri più alti, una piccola cortina verde. Sotto la cortina verde, due tendine bianche ed aperte, in mezzo alle quali è sospesa una gabbietta d’uccelli o un canestro pieno di fiori che spenzolano. Sotto questo canestro, appoggiata ai vetri, una rete di sottilissimi fili di ferro incorniciata, che impedisce di veder dentro la stanza. Dietro la rete, negli intervalli fra la rete stessa e i muri della finestra, un tavolinetto con su porcellane, cristallame, fiori, ninnoli, figurine. Sulla pietra del davanzale, dalla parte della strada, una fila di piccoli vasi di fiori. Nel mezzo della pietra o da un lato, un ferro sporgente sulla strada, curvo, rivolto in su, che sostiene due specchi uniti in forma d’un libro, mobili, e sormontati da un terzo specchietto, pure mobile; in modo che dall’interno della casa si può vedere, senz’essere visti, tutto quello che segue nella strada. In alcune case, tra finestra e finestra sporge un lampione. Sotto le finestre, la porta di casa o d’una bottega. Se è una bottega, v’è sopra la porta o una testa di moro colla bocca spalancata, o una testa di turco che fa la smorfia: ora un elefante, ora un’oca: dove una testa di cavallo, dove una testa di toro, dove un serpente, dove una mezza luna, dove un mulino a vento, dove un braccio disteso che tiene in mano un oggetto diverso secondo il genere della bottega. Se è la porta di casa,—sempre chiusa,—v’è una lastra di ottone con su scritto il nome dell’inquilino, un’altra lastra con una buca per le lettere, una terza lastra sul muro col pomo del campanello; lastre, chiodi, serrature, tutto luccicante come l’oro. Dinanzi alla porta un ponticino di legno—perchè in molte case il piano terreno è assai più basso della strada;—e dinanzi al ponticino, due colonnette di pietra sormontate da due palle; altre colonnette sul davanti unite con catene di ferro, fatto di grossi anelli in forma di croci, di stelle, di poligoni; nel vuoto tra la strada e la casa, vasi di fiori; sulle finestre del pian terreno, nascoste in quel fosso, altri vasi e tendine. Nelle stradette appartate, poi, gabbie d’uccelli a destra e a sinistra delle finestre, cassette piene di verdura, panni appesi, biancheria distesa, mille colori, mille oggetti che sporgono e che dondolano, da parere una fiera universale.
Ma senza uscire dalla vecchia città, basta allontanarsi dal centro, per vedere a ogni passo qualcosa di nuovo.
Andando per certe strade strette e diritte, si vedono tutt’a un tratto chiuse in fondo come da una tenda che nasconde la campagna, e che appena comparsa, sparisce, ed è la vela d’un bastimento che passa per un canale. In altre strade, si vede in fondo una rete di cordami che par tesa fra le due ultime case per impedire il passaggio, e sono cordami di bastimenti fermi in un bacino. In fondo ad altre strade si vede la porta d’un ponte levatoio, sormontata da due lunghe travi parallele che presentano un aspetto bizzarro, come d’una gigantesca altalena destinata a divertimento della gente leggiera, che sta in quelle case stravaganti. In altre strade, si vede in fondo un mulino a vento, alto come un campanile, e nero come una torre antica, che gira le braccia a modo d’una enorme girandola sopra i comignoli delle case vicine. Da tutte le parti infine, fra le case, sopra i tetti, in mezzo agli alberi lontani, si vedono spuntare alberi di bastimenti, bandierine, vele, qualcosa che ricorda che s’è circondati dall’acqua, e che fa immaginare che la città sia fabbricata nel bel mezzo d’un porto.
In questo tempo s’erano aperte le botteghe e popolate le strade.
V’era gran movimento di gente, ma gente affaccendata senza fretta, la qual cosa distingue il movimento delle strade di Rotterdam da quello di certe strade di Londra, che a parecchi viaggiatori parvero somigliantissime fra loro, in specie per il colore delle case e l’aspetto grave degli abitanti. Visi bianchi, visi pallidi, visi color di cacio parmigiano, capelli biondi, biondissimi, rossicci, giallastri, larghi visi sbarbati, barbe intorno al collo, occhi azzurri, chiari tanto da doverci cercar le pupille; donne tarchiate, grasse, rosee, lente, con cuffiette bianche, e orecchini in forma di cavaturaccioli: son le prime cose che osservai nella folla.
Ma la gente non era quello che per il momento stimolasse di più la mia curiosità. Attraversai l’Hoog-Straat, e mi trovai nella città nuova.
Qui non si sa più dire se è una città o un porto, se c’è più terra o più acqua, se c’è più bastimenti o più case.
Sono lunghi e larghi canali che dividono la città in tante isole, unite per mezzo di ponti levatoi, di ponti giranti e di ponti di pietra. Dalle due parti di ogni canale si stendono due strade, fiancheggiate ciascuna da una fila d’alberi dalla parte dell’acqua e da una schiera di case dalla parte opposta. Tutti questi canali formano altrettanti porti abbastanza profondi da ricevere i più grandi bastimenti, e ogni canale n’è pieno da un capo all’altro, fuor che in un ristretto spazio nel mezzo che serve per l’entrata e per l’uscita. Par di vedere un’immensa flotta imprigionata in una città.
Quando vi giunsi era l’ora del maggior movimento; e io m’andai a piantare sul ponte più alto del crocicchio principale.
Si vedevano quattro canali, quattro foreste di bastimenti, fiancheggiate da otto file d’alberi; le strade ingombre di mercanzie e di gente; branchi di bestiame che passavan sui ponti; ponti che s’alzavano o si spezzavano per lasciar passare i bastimenti, ed erano appena riabbassati o ricomposti, che v’irrompeva su un’onda di gente, di carrozze e di carretti; bastimenti che entravano o uscivano dai canali, lucenti come modelli da museo, colle donne e i bambini dei marinai sul ponte; barchette che guizzavano fra bastimento e bastimento; un via vai d’avventori nelle botteghe; un gran lavorío di serve che lavavano muri e vetrate; e tutto questo movimento rallegrato dal riflesso dell’acqua, dal verde degli alberi, dal rosso delle case, dai mulini altissimi che disegnavano lontano la loro cima nera e le loro ali bianche sul cielo azzurro; e più ancora, da un’aria non vista mai in alcun’altra città settentrionale, di semplicità e di quiete.
Osservai attentamente un bastimento olandese.
Quasi tutti i bastimenti affollati nei canali di Rotterdam non fanno altri viaggi che sul Reno e in Olanda; hanno un albero solo, e son larghi, robusti, e variopinti come barchette da giocattolo. Il fasciame della carcassa è per lo più color verde d’erba montanina, ornato intorno all’orlo d’una striscia rossissima o bianca, o di parecchie striscie, che paiono una gran fascia di nastri di vario colore. La poppa, per lo più, è dorata. Il tavolato del ponte e l’albero sono inverniciati e lucidi, come il più pulito pavimento di sala. Il rovescio dei coperchi delle botole, le secchie, i barili, le antenne, le assicelle, tutto è tinto di rosso, strisciato di bianco o di azzurro. Il casotto dove stan le famiglie dei marinai è anch’esso colorito come un chiosco chinese, e ha i suoi vetri limpidissimi e le sue tendine bianche ricamate e legate con nastri color di rosa. In tutti i ritagli di tempo, marinai, donne e fanciulli sono occupati a lavare, a spazzare, a strofinare da tutte le parti con una cura infinita; e quando poi il loro bastimentino fa la sua uscita dal porto tutto fresco e pomposo come un cocchio di gala, essi ritti sulla poppa cercano con alterezza un muto complimento negli occhi della gente accalcata lungo i canali.
Di canale in canale, di ponte in ponte, arrivai sino alla diga dei Boompjes, dinanzi alla Mosa, dove ferve tutta la vita della grande città commerciale. A sinistra si stende una lunga fila di piccoli piroscafi variopinti, che partono ogni ora del giorno per Dordrecht, per Arnhem, per Gouda, per Schiedam, per Brilla, per la Zelanda, e riempiono continuamente l’aria del suono allegro delle loro campanelle e di nuvoletti bianchi di fumo. A destra ci sono i grandi bastimenti che fanno il viaggio ai vari porti d’Europa, frammisti ai bellissimi navigli a tre alberi che vanno alle Indie orientali, coi nomi scritti a caratteri d’oro: Java, Sumatra, Borneo, Samarang, che ravvicinano alla fantasia quelle terre e quei popoli selvaggi, come un eco di voci lontane. Dinanzi, la Mosa percorsa da un gran numero di barchette e di barconi, e la riva lontana sulla quale s’inalza una foresta di faggi, di mulini a vento, di torri d’officine; e sopra questo spettacolo, un cielo inquieto, pieno di bagliori e di oscurità sinistre, che si agita e si trasforma, come per imitare il movimento operoso della terra.
Rotterdam—cade qui a proposito il dirlo—è, per importanza commerciale la prima città dell’Olanda, dopo Amsterdam. Era già una fiorente città di commercio nel tredicesimo secolo. Ludovico Guicciardini, nella sua opera sui Paesi-Bassi, già rammentata, adduce una prova della ricchezza di quella città nel decimosesto secolo, dicendo che in men d’un anno riedificò novecento case ch’erano state distrutte da un incendio. Il Bentivoglio, nella sua storia della guerra di Fiandra, la chiama terra delle più grosse e più mercantili che abbia l’Olanda
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