Читать книгу «Olanda» онлайн полностью📖 — Edmondo De Amicis — MyBook.

Così questa provincia misteriosa prima che ci entrassimo, ci parve anche più misteriosa quando ne fummo usciti. L’avevamo attraversata e non l’avevamo vista; ci eravamo entrati e ne uscivamo colla medesima curiosità. La sola cosa che avevamo veduta era che la Zelanda è una provincia che non si vede. Ma s’ingannerebbe però chi credesse che sia un paese misterioso per la sola ragione che è un paese nascosto. Tutto, in Zelanda, è mistero. Prima d’ogni altra cosa, come s’è formata? Era un gruppo di piccolissime isole d’alluvione, non separate che da canali, e disabitate, le quali, come credono alcuni, si son riunite e han formato isole maggiori? o era, come credono altri, terraferma, quando la Schelda s’andava a versare nella Mosa? Ma lasciando anche stare l’origine, in che altro paese del mondo seguono le cose che seguono in Zelanda? In che paese i pescatori pigliano colle reti una sirena, e il marito dopo averla domandata invano piangendo, getta, per vendicarsi, un pugno di sabbia, profetando che quella sabbia colmerà i porti delle città, e la profezia s’avvera? In che paese, come sulle rive dell’isola di Walcheren, le anime dei morti smarrite nel mare, vanno a svegliare i pescatori per farsi condurre in barca alle coste d’Inghilterra? In che paese le tempeste del mare portano, come sulle rive dell’isola di Schouwen, dei cadaveri rapiti al polo, mostri metà uomo e metà barca, mummie vestite d’un tronco d’albero che nuota; e se ne può ancora veder uno nella casa municipale di Zierikzee? In che paese, come presso Wemeldinge, avviene che un uomo cada a capofitto in un canale, vi resti immerso un’ora, ci vegga la moglie e il figliuolo morti che lo chiamano dal paradiso, e ne sia estratto vivo e racconti il prodigio a Vittor Ugo, che lo tiene per vero e lo commenta, concludendo che l’anima può uscire per qualche tempo dal corpo e poi ritornarci? In che paese come presso Domburg, si pescano, a marea bassa, dei tempii antichi, e delle statue di divinità sconosciute? In che paese, come a Wemeldinge, la spada d’un capitano spagnuolo, Mondragone, serve di parafulmine a una torre? In che paese, come nell’isola di Schouwen, le donne infedeli si fanno passeggiare nude nate per le strade della città, con due pietre appese al collo e un cilindro di ferro sulla testa? Andiamo, quest’ultima meraviglia non si vede più; ma le pietre esistono ancora e ognuno le può vedere nella casa municipale di Brauwershaven.

Il bastimento entrò in quella parte del braccio meridionale della Mosa che si chiama Volkerak; la scena era sempre la stessa: dighe e poi dighe, punte di campanili e case nascoste, qualche bastimento qua e là; una sola cosa era cangiata, il cielo.

Vidi allora per la prima volta il cielo olandese nel suo aspetto ordinario, e assistetti a una di quelle battaglie di luce, proprie dei Paesi Bassi, che i grandi paesisti d’Olanda ritrassero con una efficacia insuperabile. Fino allora il cielo era stato sereno, era una bella giornata d’estate, le acque azzurre, le rive verdissime, l’aria calda e non un fiato di vento. Tutt’ad un tratto, una nuvola densa nascose il sole, e in men che non si dice, ogni cosa cambiò aspetto in una maniera da far pensare che si fosse cangiato tutt’a un tratto di stagione, d’ora, di latitudine. Le acque diventaron cupe, il verde delle rive si fece smorto, l’orizzonte si nascose dietro un velo grigio, ogni cosa apparve come circonfusa d’una luce crepuscolare che ne sfumava i contorni, e si levò una brezza maligna che metteva freddo nelle ossa. Pareva d’essere in dicembre, si sentiva l’uggia dell’inverno e quell’inquietudine che mette nel cuore ogni minaccia improvvisa della natura. Poi, da tutto il cerchio dell’orizzonte cominciarono a salir nuvole color di piombo, mobilissime, che pareva cercassero con una specie d’impazienza penosa una direzione e una forma, e poi le acque a incresparsi e a rigarsi di rapidi riflessi luminosi, di larghe striscie verdastre, violacee, bianchiccie, color di creta, nerognole; e infine quell’irritazione della natura si risolvette tutt’a un tratto in una pioggia violenta e fitta, che confuse cielo, acqua e terra in un solo colore grigiastro, appena interrotto da una sfumatura un po’ più fosca delle rive lontane e da qualche bastimento a vela che appariva qua e là come un’ombra ritta sulle acque del fiume.

“Eccoci ora veramente in Olanda” disse il capitano del bastimento, avvicinandosi a un gruppo di passeggieri, che contemplavano quello spettacolo. “Questi cambiamenti di scena, in così breve tempo, non si vedono che qui.”

Poi interrogato da uno di noi, soggiunse:

“L’Olanda ha una meteorologia tutta sua. L’inverno è lungo, l’estate breve, la primavera non è che la fine dell’inverno, e nondimeno, come vedono, di tratto in tratto, anche in estate, l’inverno fa capolino. Noi sogliamo dire che in Olanda si vedono le quattro stagioni in un giorno. Abbiamo il cielo più incostante del mondo. Per questo parliamo sempre del tempo. L’atmosfera è lo spettacolo più vario che abbiamo. Se vogliamo veder qualche cosa che ci ricrei, dobbiamo guardare in su. Ma è un clima ben tristo. Il mare ci manda la pioggia da tre parti, i venti si scatenano sul paese senza trovar resistenza; anche nelle più belle giornate, la terra esala dei vapori che oscurano l’orizzonte; per parecchi mesi l’aria non ha alcuna trasparenza. Vedranno l’inverno: vi son dei giorni, che si direbbe non s’abbia mai più da rivedere il sereno; l’oscurità par che venga dall’alto, come la luce; il vento di nord-est ci porta l’aria agghiacciata dei poli e solleva il mare con una furia e un fracasso che par che debba subissare le coste.” Qui si voltò verso di me, e disse sorridendo: “Si deve star meglio in Italia.”

Poi si rifece serio e soggiunse: “Però, ogni paese ha il suo male e il suo bene.”

Il bastimento uscì dal Volkerak, passò dinanzi alla fortezza di Willemstad, innalzata nel 1583, dal principe d’Orange, ed entrò nel Hollandsdiep, gran braccio della Mosa, che separa l’Olanda meridionale dal Brabante del Nord. Una grande distesa d’acqua, due strisce oscure a destra e a sinistra e un cielo color di cenere, eran tutto lo spettacolo che si vedeva dal bastimento. Una signora francese esclamò in mezzo al silenzio generale, tirando uno sbadiglio: “Com’è bella l’Olanda!” Tutti risero, fuor che gli Olandesi.

“Eh, signor capitano,” uscì a dire uno riattaccando il discorso, un vecchietto belga, una di quelle cariatidi da caffè che caccian la loro politichina in tutti i buchi: “ogni paese ha il suo bene e il suo male, e noialtri Belgi e Olandesi avremmo dovuto esser persuasi di questa verità, e fare a compatirci, per veder di vivere d’amore e d’accordo. Quando si pensa che ora saremmo uno statino di nove milioni, noi colle nostre industrie, voialtri col vostro commercio, con due capitali come Amsterdam e Bruxelles, e due città commerciali come Anversa e Rotterdam! Si conterebbe per qualche cosa nel mondo, eh, capitano?”

Il capitano non rispose. Un altro Olandese disse: “Già, colla guerra religiosa in casa dodici mesi dell’anno.”

Il vecchietto belga, un po’ sconcertato, continuò il discorso a bassa voce con me: “È un fatto, signor mio. È stata una corbelleria, specialmente da parte nostra. Lei vedrà l’Olanda: Amsterdam non è Bruxelles, no davvero, e il paese è piatto e noioso quanto si può dire; ma per quel che sia prosperità, ci rivende. Si figuri che spendono il fiorino, che val due lire e centesimi, come noi spendiamo la lira. Se ne accorgerà dai conti degli alberghi. Son due volte più ricchi di noi. La colpa è stata di Guglielmo I, che voleva fare un Belgio olandese e ci ha spinto agli estremi. Lei sa come sono seguite le cose ec.”

Nell’Hollandsdiep cominciammo a veder barconi, piccoli bastimenti da pesca e qualche grande naviglio proveniente da Hellewoetsluis, grande porto marittimo, posto sulla riva destra del braccio della Mosa chiamato Haringvliet, presso la foce, dove s’arrestano quasi tutti i bastimenti che fanno il viaggio delle Indie. La pioggia cessò, il cielo, a poco a poco, quasi a malincuore, si rifece in parte sereno, e subito le acque e le rive ripresero i loro colori vivi e freschi, e risentimmo l’estate.

In breve tempo il bastimento giunse vicino al villaggio di Moerdijk.

Là si vede uno dei più grandi ponti del mondo.

È un ponte di ferro, lungo un miglio e mezzo, sul quale passa la strada ferrata che va a Dordrecht e a Rotterdam. Di lontano presenta l’aspetto come di quattordici enormi edifizi eguali e schierati a traverso il fiume, parendo un edifizio ognuno dei quattordici archi altissimi che sormontano in forma di volta il piano su cui scorrono i treni. A passarci su—ci passai pochi mesi dopo ritornando in Olanda—non si vede altro che acqua e cielo, da tanto che è largo il fiume; e si prova un sentimento quasi di paura, come se si fosse sul mare, e il ponte dovendo finire tutt’a un tratto, il treno avesse da un momento all’altro a dare un tuffo nell’acqua.

Il bastimento voltò a sinistra passando dinanzi al ponte, e infilò uno strettissimo braccio della Mosa, chiamato Dordsche kil, fiancheggiato da dighe, che ha più l’aspetto di canale che di fiume. Era già la settima svoltata che si faceva dopo il passaggio della frontiera.

Passando per il Dordsche kil cominciammo a vedere intorno a noi qualche cosa che ci annunziava la vicinanza d’una grande città. Lunghe file di alberi sulle sponde, cespugli, casette, canali a destra e a sinistra, e un via vai di barche e di barconi. Fra i passeggieri si vedeva un certo movimento, si sentiva dire qua e là:—Dordrecht,—vedremo Dordrecht;—pareva che tutti si disponessero a qualche spettacolo straordinario.

Lo spettacolo non si fece aspettare, e fu straordinario davvero.

Il bastimento svoltò un’ottava volta, a destra, ed entrò nell’Oude-Maas, o vecchia Mosa.

Dopo pochi minuti si videro le prime case dei dintorni della città di Dordrecht.

Fu come l’apparizione improvvisa dell’Olanda, la soddisfazione istantanea di tutte le nostre curiosità, la rivelazione di tutti i misteri che ci tormentavano la fantasia; fu come lo svegliarsi in un mondo nuovo.

Si vedevano da tutte le parti altissimi mulini a vento che giravano le braccia; casine sparpagliate lungo le rive, di mille forme strane, come villette, padiglioni, chioschi, capanne, cappelle, teatrini, coi tetti rossi, le mura nere, azzurre, rosee, cinerine, con contorni bianchi come la neve intorno alle finestre e alle porte. In mezzo alle case, canali e canaletti; davanti alle case e lungo i canali, gruppi e file di alberi; bastimenti fra casa e casa; barchette davanti alle porte; vele in fondo alle strade; antenne, bandierine di bastimenti e braccia di mulino sporgenti confusamente di sopra gli alberi e di là dai tetti; ponti, piccoli scali, giardinetti sull’acqua, mille cantucci, bacinetti, seni, sbocchi, crocicchi di canali, nascondigli di barchette, un andare e venire di uomini, di donne e di bambini dal fiume alla riva, dai canali in casa, dai ponti sui barconi; uno spettacolo vario e mobile; per tutto acqua, colori, cose piccine, forme fanciullesche, tutto lustro e fresco, un’ostentazione ingenua di leggiadria, un misto di primitivo e di teatrale, di gentile e di ridicolo, un po’ chinese, un po’ europeo, un po’ di nessun paese; con un’aria beata di pace e d’innocenza.

Così mi apparì per la prima volta Dordrecht, una delle più vecchie, e insieme delle più fresche e allegre città dell’Olanda; regina del commercio olandese nel medio evo; madre feconda di pittori e di dotti; onorata dalla prima assemblea dei deputati delle provincie unite nell’anno 1572; sede in vari tempi di sinodi memorabili; e particolarmente famosa per quell’assemblea dei teologi protestanti del 1618, che fu come il Concilio Ecumenico della Riforma, e definì la terribile controversia religiosa tra Arminiani e Gomaristi, fissando la forma della religione nazionale, e dando principio a quella serie di torbidi e di persecuzioni, che finì col malaugurato supplizio del Barnewelt e il sanguinoso trionfo di Maurizio d’Orange. Dordrecht è ancora presentemente una delle più floride città commerciali delle provincie unite per la sua agevolissima comunicazione col mare, col Belgio e coll’interno dell’Olanda. A Dordrecht arrivano le immense provvigioni di legna che scendono per il Reno dalla Foresta Nera e dalla Svizzera, i vini del Reno, la calce, i cementi, le pietre; nel suo piccolo porto è un via vai continuo di vele, di nuvoli di fumo e di bandierine, che le portano i saluti di Arnhem, di Bois-le-Duc, di Nimega, di Rotterdam, di Anversa e di tutte le sue sorelle misteriose della Zelanda.

Il bastimento si soffermò pochi minuti a Dordrecht, e in quei pochi minuti, guardando le case più vicine, vidi mille piccole cose nuove, inaspettate, prette olandesi, che mi misero addosso una gran smania di scendere, di toccare, di sapere. Ma pensando che avrei visto le stesse cose e molte altre di più a Rotterdam, vinsi la curiosità e stetti a bordo. Il bastimento partì, voltò a sinistra (era la nona svoltata) ed entrò in uno stretto braccio della Mosa chiamato de Noord, uno dei mille fili della inestricabile rete di acqua che copre l’Olanda meridionale.

Il capitano mi si avvicinò; io lo cercavo per pregarlo di spiegarmi sulla carta la situazione di Dordrecht, che, così a occhio, mi pareva singolarissima. È singolarissima in fatti. Dordrecht è posta sull’estremità d’un tratto di terra separato dal continente, che forma un’isola in mezzo alle terre, un crocicchio di fiumi, metà fatto dalla natura, metà dall’uomo, un pezzo di Olanda circondato e imprigionato dalle acque, come un battaglione sopraffatto da un esercito. Da una parte lo cinge il fiume Merwede, dall’altra la vecchia Mosa, dall’altra il Dordsche kil, dall’altra l’arcipelago di Bies-bosch, attraversato dalla nuova Merwede, largo corso d’acqua formato dalla mano dell’uomo. L’imprigionamento di questo spazio di terra su cui giace Dordrecht, è un episodio d’una delle grandi battaglie dell’Olanda coll’acqua. L’arcipelago di Biesbosch non esisteva prima del secolo decimoquinto, e si stendeva in quel luogo una bella pianura sparsa di villaggi popolosi. Nella notte del 18 novembre del 1421, le acque del Waal e della Mosa ruppero le dighe, distrussero più di settanta villaggi, annegarono quasi centomila abitanti e frastagliarono quella pianura in più di cento isolette, lasciando ritta, in mezzo a tante rovine, una sola torre, chiamata casa Merwede della quale si vedono ancora gli avanzi. Così Dordrecht fu separata dal continente, e fece la sua comparsa sulla terra l’arcipelago di Biesbosch, il quale tanto per mostrare che ha una ragione qualunque di esistere, offre del fieno, delle canne e dei giunchi a un piccolo villaggio che si formò come un nido di rondini sur una delle dighe circostanti. Ma non è tutta qui la singolarità della storia di Dordrecht. La tradizione racconta, molti credono e qualcheduno sostiene che Dordrecht, tutta la città di Dordrecht, si noti bene, colle sue case, coi suoi mulini, coi suoi canali, abbia fatto, al tempo di quella memorabile inondazione, una breve passeggiata, si sia cioè trasportata di sana pianta da un luogo all’altro come l’accampamento d’un esercito; e che per conseguenza gli abitanti dei paesi vicini che si recarono dopo la catastrofe alla loro città, non ce l’abbiano più trovata, e sian rimasti, figuriamoci come! E questo prodigio si spiega col fatto che Dordrecht è fondata sur uno strato d’argilla, e che questo strato d’argilla sarebbe scivolato sulla massa di torba che forma la base del suolo. E io la scrivo qui come l’ho udita e come l’ho letta.

Prima che il bastimento uscisse dal canale de Noord, la mia speranza di vedere il primo tramonto di sole in Olanda, fu delusa da un altro improvviso cangiamento di tempo. Il cielo si oscurò, le acque si fecero livide e l’orizzonte scomparve dietro un velo denso di vapori.

Il bastimento sboccò nella Mosa e voltò, per la decima volta, a sinistra.

In quel punto la Mosa, che travolge con sè prigioniere le acque del principal braccio del Reno, il Vaal, e riceve quelle del Leck e dell’Yssel, è larghissima e le sue sponde son fiancheggiate da lunghe file di alberi e sparse di case, di officine, di opifici, di arsenali, che spesseggiano via via che ci s’avvicina a Rotterdam. Per poco che si conosca la storia fisica d’Olanda, la prima volta che si vede la Mosa, e che si pensa agli straripamenti memorabili, alle devastazioni, alle trasformazioni, alle mille calamità e alle vittime infinite di quel fiume capriccioso e terribile, si guarda con una sorta di curiosità inquieta, come si guarda un brigante famoso, e si giran gli occhi sulle dighe con un sentimento quasi di soddisfazione e di gratitudine, come, al veder passare un brigante ammanettato, si giran gli occhi sui carabinieri. Mentre io cominciavo a cercar cogli occhi Rotterdam, un passeggiere olandese raccontava che quando la Mosa è gelata, la corrente che sopraggiunge dai paesi men freddi, investe lo strato di ghiaccio che copre il fiume, lo spezza, ne solleva con un terribile fracasso dei massi enormi, li scaglia contro le dighe, li ammonta in mucchi smisurati che arrestano e fanno straripare le acque. Allora segue una battaglia strana. Alle minaccie della Mosa gli Olandesi rispondono col fuoco. Accorre l’artiglieria, e a scariche di mitraglia risolve in una tempesta di scheggie e in una pioggia di brina le torri e le barricate di ghiaccio che si oppongono alla corrente. “Noia” concluse il passeggiere “che abbiamo noialtri Olandesi soltanto, questa di dover pigliare i fiumi a cannonate.”

Quando si arrivò in vista di Rotterdam, imbruniva e piovigginava; quindi vidi appena come a traverso un velo una confusione immensa di bastimenti, di case, di mulini a vento, di torri, d’alberi, di gente in moto sui ponti e sulle dighe; lumi da ogni parte; una gran città d’un aspetto non mai visto prima d’allora; e che la nebbia e l’oscurità mi nascosero ben presto. Quando mi fui accomiatato dai miei compagni di viaggio, ed ebbi messo in ordine il mio bagaglio, era notte. “Tanto meglio;” dissi salendo in una carrozza “vedrò per la prima volta una città olandese di notte, che dev’essere uno spettacolo nuovo.” E in fatti il Bismark, quando fu a Rotterdam, scrisse a sua moglie che di notte vedeva dei fantasmi sui tetti.

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