La pittura olandese ha una qualità che la rende, per noi Italiani, particolarmente attrattiva: è di tutte le pitture del mondo la più diversa dalla nostra, l’antitesi, o per dirla con una di quelle frasi che facevano stizzire il Leopardi, il polo opposto dell’arte. Sono, la nostra e l’olandese, le due scuole più originali, o, come altri dice, le due sole a cui convenga rigorosamente quel titolo; le altre non essendo che figlie, o sorelle minori, che le arieggiano o poco o molto. E così anche per il lato della pittura, l’Olanda offre quello che si cerca con maggior desiderio nei viaggi o nei libri di viaggi: il nuovo.
La pittura olandese nacque colla indipendenza e colla libertà dell’Olanda. Sin che le provincie del nord e quelle del sud dei Paesi Bassi stettero unite nella monarchia spagnuola e nella fede cattolica, ebbero una scuola unica di pittura. I pittori olandesi dipingevano come i pittori belgi; studiavano nel Belgio, in Germania, in Italia; l’Heemskerk imitava il Michelangelo; il Bloemaert, il Correggio; il Moro, il Tiziano, per non accennarne molti altri; ed erano imitatori pedanti, che congiungevano all’esagerazione dello stile italiano una certa rozzezza tedesca, di che riusciva una pittura bastarda, inferiore ancora a quella primissima, quasi infantile, rigida nel disegno, cruda nel colorito e mancante affatto di chiaroscuro, ma aliena, almeno, dall’imitazione, che era stata come un preludio lontano della vera arte olandese.
Colla guerra d’indipendenza, la libertà, la riforma, anche la pittura si rinnova; cade, colla tradizione religiosa, la tradizione artistica; il nudo, le ninfe, le madonne, i santi, l’allegoria, la mitologia, l’ideale, tutto il vecchio edifizio rovina; l’Olanda, animata da una nuova vita, prova il bisogno di manifestarla e di espanderla in una maniera nuova; questo piccolo paese divenuto ad un tratto così glorioso e formidabile sente il desiderio d’illustrare sè medesimo; le facoltà che si sono rafforzate ed eccitate in quella grande impresa di creare una patria, un mondo reale, traboccano, ora che l’impresa è compiuta, e creano un mondo immaginario; le condizioni del paese son favorevoli al risorgimento dell’arte; i supremi pericoli sono scongiurati; v’è la sicurezza, la prosperità, un avvenire splendido; gli eroi hanno fatto il dover loro, possono farsi innanzi gli artisti; l’Olanda, dopo tanti sacrifizi e tante sventure, uscita vittoriosa dalla lotta, leva il viso in mezzo ai popoli, e sorride: e quel sorriso è l’arte.
Quale dovess’essere quest’arte, si potrebbe indovinare, quando non ce ne fosse rimasto alcun monumento. Un popolo pacifico, operoso, pratico, riabbassato continuamente, per dirla colle parole d’un gran poeta tedesco, a una realtà prosaica, dalle occupazioni d’una vita volgare e borghese; che coltiva la sua ragione a spese della sua immaginazione; che vive, per conseguenza, più d’idee chiare che di immagini belle; che rifugge dalle astrazioni, che non si slancia col pensiero di là dalla natura, colla quale è in lotta perpetua; che non vede che ciò che è, che non gode che di ciò che possiede, che fa consistere la sua felicità nella quiete agiata e onestamente sensuale d’una vita senza passioni violente e senza desiderii scomposti; questo popolo doveva avere un sentimento tranquillo anche dell’arte, amare un’arte che ricreasse senza scuotere, che parlasse più ai sensi che allo spirito, un’arte riposata, precisa, squisitamente materiale come la sua vita; l’arte, in una parola, realista, nella quale egli si potesse specchiare e vedersi tal quale era, ed era contento di essere.
Gli artisti cominciarono a ritrarre quello che cadeva prima sotto i loro occhi: la casa. I lunghi inverni, le pioggie ostinate, l’umidità, la variabilità continua del clima, costringono l’olandese a stare una gran parte dell’anno e del giorno in casa. Questa casa piccina, questo guscio, egli l’ama assai più di noi, appunto perchè ne ha maggior bisogno e, ci vive di più: lo provvede di tutti i comodi, lo accarezza, ci si crogiola: gli piace guardare, dalle finestre ben tappate, la neve che cade e la pioggia che diluvia, e dire:—Infuria, tempaccio, io sono al caldo e al sicuro!—In questo suo guscio, accanto alla sua buona massaia, in mezzo ai suoi figliuoli, passa le lunghe serate dell’autunno e dell’inverno, mangiando molto, bevendo molto, fumando molto, ricreandosi con un’onesta allegria delle cure della giornata. I pittori olandesi ritraggono queste case e questa vita in quadretti proporzionati alle piccole pareti a cui debbono essere appesi: le stanze da letto, che fanno sentire il gusto del riposo, le cucine, le tavole apparecchiate, i faccioni freschi e ridenti delle madri di famiglia, gli uomini in panciolle intorno al focolare; e da realisti coscienziosi che non iscordano nulla, ci mettono il gatto che sonnecchia, il cane che sbadiglia, la gallina che razzola, la scopa, i legumi, i tegami sparsi, i polli spennacchiati. Questa vita la ritraggono poi in tutte le classi sociali e in tutte le sue scene: la conversazione, il ballo, le orgie, i giuochi, le feste; e così diventan famosi i Terburg, i Metzu, i Netscher, i Dov, i Mieris, gli Steen, i Brouwer, i Van Ostade.
Dopo la casa, si rivolgono alla campagna. Il clima nemico non concede che un tempo assai breve per ammirare la natura; ma per questo appunto gli artisti olandesi l’ammirano meglio; salutano la primavera con una gioia più viva; e quel sorriso fuggitivo del cielo si stampa più profondamente nella loro fantasia. Il paese non è bello; ma è due volte caro, perchè strappato al mare e agli stranieri; essi lo ritraggono con amore; creano il paesaggio semplice, ingenuo, pieno d’un senso intimo che non hanno in quel tempo nè i paesaggi italiani nè i belgi. Il loro paese, piano e monotono, offre ai loro occhi attenti una varietà meravigliosa. Colgono tutte le variazioni del cielo, si valgon dell’acqua che è per tutto, che riflette, dà grazia e freschezza, e lumeggia ogni cosa; non han montagne, mettono in fondo ai quadri le dune; non han boschi, ma vedono, fanno vedere i misteri d’un bosco in un gruppo d’alberi; e animano tutto questo coi loro bellissimi animali e colle loro vele. Il soggetto d’un loro quadro è ben povero: un mulino a vento, un canale, un cielo grigio; ma a quante cose fa pensare! Alcuni di loro, non paghi di quella natura, vengono a cercare in Italia i colli, i cieli luminosi e le rovine illustri; e n’esce una schiera di artisti eletti, come i Both, i Swanevelt, i Pynacker, i Breenberg, i Van Laer, gli Asselyn; ma la palma rimane ai paesisti olandesi, al Wynants, il pittore del mattino, al Van der Neer, il pittore della notte, al Ruysdael il pittore della melanconia, al Hobbema l’illustratore dei mulini, delle capanne e degli orti, e ad altri che si ristrinsero ad esprimere l’incanto della loro modesta natura.
Insieme al paesaggio, nasce un altro genere di pittura, particolarmente proprio dell’Olanda: la pittura degli animali. Gli animali son la ricchezza del paese; è quella stupenda razza bovina che non ha rivali in Europa, nè per fecondità nè per bellezza. Gli Olandesi, che tanto le debbono, la trattano, si può dire, come un ceto della popolazione; amano i loro animali, li lavano, li pettinano, li vestono. Essi si vedono per tutto; si specchiano in tutti i canali; abbelliscono il paese picchiettando d’innumerevoli macchiette nere e bianche le immense praterie; danno a ogni luogo un’aria di pace e di agiatezza che mette in cuore non so che sentimento di dolcezza arcadica, di serenità patriarcale. Gli artisti olandesi studiano questi animali in tutte le loro varietà, in tutte le loro abitudini, ne indovinano, per così dire, la vita intima, i sentimenti, e vivificano con essi la bellezza quieta dei loro paesaggi. Il Rubens, lo Snyders, il Paolo de Vos, molti altri pittori belgi, avevano ritratto gli animali con maestria ammirabile; ma tutti son superati dagli olandesi Van de Velde, Berghem, Karel du Jardin, e dal principe dei pittori di animali, Paolo Potter, il cui Toro famoso del Museo dell’Aja doveva aver l’onore d’esser posto, nel palazzo del Louvre, dinanzi alla Trasfigurazione di Raffaello.
In un altro campo di pittura dovevano grandeggiare gli Olandesi: il mare. Il mare, loro nemico, loro potenza e loro gloria, che sovrasta alla loro patria, che la tormenta e la teme, ed entra da mille parti e in mille forme nella loro vita; quel Mare del Nord turbolento, pieno di colori sinistri, illuminato da tramonti di una mestizia infinita, che flagella una riva desolata, doveva soggiogare la immaginazione degli artisti olandesi. Essi, infatti, passano lunghe ore sulla spiaggia a contemplare la sua bellezza tremenda, si avventurano fra le onde per studiare la tempesta, comprano dei bastimenti e navigano colla loro famiglia osservando e dipingendo, seguono le flotte nazionali nelle guerre e assistono alle battaglie, e così nascono dei pittori di marina, come Guglielmo Van de Velde il vecchio e Guglielmo il giovane, il Backuisen, il Dubbels, lo Stork.
Un altro genere di pittura doveva sorgere in Olanda, come espressione del carattere del popolo e dei costumi repubblicani. Un popolo che senza grandezza aveva fatto tante grandi cose, come dice il Michelet, doveva avere la sua pittura, se così può dirsi, eroica, destinata ad illustrare uomini ed avvenimenti. Ma questa pittura, appunto perchè quel popolo era senza grandezza, o per meglio dire, senza la forma della grandezza, modesto, inclinato a considerar tutti uguali dinanzi alla patria, perchè tutti avevano fatto il loro dovere, aborrente dalle adulazioni e dalle apoteosi che glorificano in un solo le virtù e il trionfo di molti; questa pittura doveva illustrare non già pochi uomini eccelsi e pochi fatti straordinarii; ma tutte le classi della cittadinanza colte nelle congiunture più ordinarie e pacifiche della vita borghese. Di qui, i grandi quadri che rappresentano cinque, dieci, trenta persone insieme, archibugieri, sindaci, ufficiali, professori, magistrati, amministratori, seduti o ritti intorno a una tavola, banchettando o discutendo, tutti di grandezza naturale, tutti ritratti fedelissimi, visi gravi, aperti, sui quali risplende l’intima serenità della coscienza sicura, sui quali s’indovina, più che non si veda, la nobiltà della vita consacrata alla patria, il carattere di quell’epoca forte e operosa, le virtù maschie di quelle generazioni prestanti; tutto questo rilevato dal bel costume del rinascimento che accoppia così mirabilmente la gravità e la grazia, quelle gorgiere, quei giustacori, quei mantelli neri, quelle ciarpe di seta, i nastri, le armi, le bandiere. E in questo campo facevan capolavori i Van der Helst, gli Hals, i Govaert Flink, i Bol.
Scendendo dalla considerazione dei varii generi di pittura, alla maniera speciale, ai mezzi di cui si valsero gli artisti nel trattarli, se ne presenta subito uno principalissimo, che è come il tratto distintivo della scuola olandese: la luce.
La luce, in Olanda, per le condizioni particolari in cui si manifesta, doveva far nascere una maniera particolare di pittura. Una luce pallida, ondeggiante con una mobilità meravigliosa a traverso un’atmosfera pregna di vapori, un velo nebuloso continuamente e bruscamente lacerato, una lotta perpetua fra i raggi e le ombre, era uno spettacolo che doveva attirar l’attenzione dei pittori. Essi cominciavano a osservare e a ritrarre tutte codeste inquietudini del cielo, codesta lotta, che anima d’una vita varia e fantastica la solitudine della natura olandese; e nel ritrarla ch’essi facevano, codesta lotta passò nelle loro menti, e allora, invece di ritrarre, crearono. Allora fecero cozzare essi medesimi i due elementi; accumularono le tenebre, per saettarle, per romperle con ogni maniera di rilievi luminosi e di sbattimenti di luce; per farci guizzare e morire dei raggi di sole, dei riflessi crepuscolari, dei chiarori di lucerne, digradanti con sfumature delicatissime in ombre misteriose; e popolare queste ombre di forme confuse, che si vedono e non si distinguono; e creare così ogni sorta di giochi, di contrasti, di enigmi, d’effetti di chiaroscuro inaspettati e strani. E in questo campo fecero prodigi veri, fra gli altri moltissimi, Gherardo Dow, l’autore del quadro famoso delle quattro candele, e il grande, magico, sovrumano illuminatore, Rembrandt.
Un altro carattere principalissimo della pittura olandese doveva essere il colorito. Oltre la ragione così generalmente riconosciuta che in un paese dove non sono orizzonti montuosi, non prospetti accidentati, non grandi colpi d’occhio, non forme generali, insomma, che si prestino al disegno, l’occhio dell’artista dev’essere maggiormente sedotto dai colori; e che ciò deve tanto più seguire in Olanda, dove la luce incerta, la vaga bruma che vela continuamente l’aria, ammollisce, sfuma i contorni degli oggetti, onde l’occhio, trascura la forma che non può bene afferrare, e si fissa di preferenza nel colore come l’attributo principale che gli offre la natura; oltre queste ragioni, v’è quella che in un paese piano, uniforme e grigio come l’Olanda, s’ha bisogno di colori, come in un paese meridionale s’ha bisogno dell’ombra. Gli artisti olandesi non fecero che andar dietro al gusto imperioso del loro popolo, che tinse di colori vivissimi le case, i bastimenti, in alcuni luoghi i tronchi degli alberi, le palafitte, gli stecconati della campagna; che si veste, che si vestiva molto più allora di colori allegri; che ama i tulipani e i giacinti fino alla pazzia. E così tutti i pittori olandesi furon coloristi potenti, Rembrandt il primo.
Il realismo, favorito dal carattere olandese calmo e lento, che consente agli artisti di padroneggiare la propria foga, e aiutato dalla loro natura che mira all’esatto e rifugge dal fare le cose a mezzo, doveva dare alla pittura di quel popolo un altro tratto distintivo: la finitezza; e questa finitezza doveva esser condotta dagli Olandesi all’ultimo grado del possibile. Si dice con ragione che nei quadri olandesi si trova la prima qualità di quel popolo: la pazienza. Ogni cosa vi è rappresentata con la minutezza del dagherrotipo: i mobili con tutte le loro venature, le foglie con tutte le loro fibre, i tessuti con tutti i loro fili, le rappezzature con tutti i loro punti, gli animali con tutti i loro peli, i visi con tutte le loro rughe; ogni cosa finito con una precisione microscopica, da far credere che sia l’opera del pennello d’una fata, o che il pittore ci abbia perduto la vista e la ragione. Difetto, in fondo, piuttosto che pregio, poichè l’ufficio della pittura è di ritrarre non quello che è, ma quello che l’occhio vede, e l’occhio non vede, ogni cosa; ma è difetto portato a una così meravigliosa eccellenza, che lo si ammira senza lamentarlo, e non s’osa desiderare che non ci sia. E per questo rispetto furon famosi come prodigi di pazienza il Dow, il Mieris, il Potter, il Van der Helst, e più o meno, tutti i pittori olandesi.
Ma il realismo che dà alla pittura olandese una impronta così originale, e delle qualità così ammirabili, è pure la radice dei suoi difetti più gravi. I pittori olandesi, solleciti soltanto di ritrarre la verità materiale, non danno alle loro figure che l’espressione di sentimenti fisici. Il dolore, l’amore, l’entusiasmo e i mille affetti delicatissimi che non han nome, o pigliano un nome diverso dalle diverse cagioni che li fan nascere, li esprimono raramente o non li esprimono mai. Per loro il cuore non batte, l’occhio non piange, la bocca non trema. Nei loro quadri manca tutta una parte, la più potente e la più nobile, dell’anima umana. Di più, con quel ritrarre fedelmente ogni cosa, anche il brutto, e specialmente il brutto, finiscono per esagerare anche, questo, convertono i difetti in deformità, i ritratti in caricature; calunniano il tipo nazionale; danno ad ogni figura umana un aspetto sgraziato e burlesco. Per aver dove mettere queste figure, son costretti a sceglier soggetti triviali; quindi il soverchio numero di quadri che rappresentano bettole e beoni con faccie grottesche, instupidite, in atteggiamenti sguaiati, donnaccie, vecchi spregevolmente ridicoli; scene in cui par di sentir le grida squarciate, o le parole oscene. Si direbbe, a guardar quei quadri, che l’Olanda è abitata dal popolo più deforme e più scostumato della terra. Di qui i pittori discendono ancora a maggiori licenze. Lo Steen mette un lavativo in mezzo a un quadro; il Potter dipinge una vacca che orina; il Rembrandt disegna persone che fanno gli offici di sotto; il Brouwer, rappresenta ubriachi che fan la ricevuta; il Torrentius manda in giro dei quadri così spudorati che gli Stati d’Olanda li fan raccogliere e bruciare. Ma anche lasciando questi eccessi, in un Museo d’Olanda non si trova quasi mai nulla che sollevi l’anima, che desti un movimento di pensieri alti e gentili. Si ammira, si gode, si ride, si rimane pensosi dinanzi a qualche paesaggio; ma uscendo, si sente che non s’è provato un piacere intero, si desidera qualche cosa, si prova come un bisogno di vedere dei visi belli e di leggere dei versi ispirati, e qualche volta vien fatto di mormorare, quasi senz’addarsene:—Oh Raffaello!
Infine, bisogna ricordare ancora due grandi pregi di questa pittura: la sua varietà e la sua importanza come espressione, come specchio, per così dire, del paese. Se si toglie il Rembrandt col gruppo dei suoi imitatori, quasi tutti gli altri artisti sono differentissimi fra loro; nessun’altra scuola presenta forse un così gran numero di maestri originali. Il realismo dei pittori olandesi nacque dal loro amore comune per la natura; ma ognuno ha fatto trasparire nell’opera propria una maniera d’amore tutta sua; ognuno ha reso un’impressione diversa, che dalla natura aveva ricevuta; ognuno, partendo dal punto comune ch’era il culto della verità materiale, è arrivato a una mèta che non è quella degli altri. Il loro realismo poi, spingendoli a tutto ritrarre, ha fatto sì che la pittura olandese riuscisse a rappresentare l’Olanda più completamente di quello che nessun’altra scuola di pittura abbia mai fatto di nessun altro paese. Se sparisse, è stato detto, fuor che l’opera dei pittori, ogni altra testimonianza visibile dell’esistenza dell’Olanda nel secolo XVII,—il suo gran secolo—la si troverebbe nei quadri intera: le città, le campagne, i porti, le navi, i mercati, le botteghe, i costumi, gli utensili, le armi, la biancheria, le merci, le stoviglie, i cibi, i piaceri, le abitudini, le credenze religiose e le superstizioni, le qualità e i difetti del popolo; e questo che è un grande pregio per una letteratura, non è pregio minore per la sua arte sorella.
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