Читать книгу «Baikal» онлайн полностью📖 — Massimo L`Abate — MyBook.
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Massimo mandò un messaggio a sua figlia: -“Venerdì vengo a prenderti io a scuola, così durante il viaggio di ritorno parliamo un po’”– Dopo poco, Federica, rispose: -“Wow, precio!!! (precio, nel gergo dei giovani, significa: preciso, perfetto) Così non devo farmi il viaggio in treno. Ma è successo qualcosa?” Lui rispose: -“No amore, niente di particolare. Ci vediamo venerdì.” Appena scritto il messaggio, fu assalito da un forte senso di colpa, di disagio, come se la stesse abbandonando, lui che non se n’era mai separato per più di 24 ore.

Finalmente era giovedì, il giorno della consegna della CAM AM. Vittorio aveva chiamato per dire che il veicolo era pronto. Massimo, come un ragazzino, si fece chiamare un taxi, mollò tutto e si precipitò a ritirare il suo giocattolo, la sua speranza di libertà.

Appena lo vide entrare nell’autosalone, Vittorio gli andò incontro con aria cordiale e amichevole: “Buongiorno ingegnere, il suo giocattolo è pronto per affrontare il battesimo dell’asfalto. Sapendo del lungo viaggio che intraprenderà, abbiamo fatto un super tagliando e un super controllo. Le abbiamo montato tutti i borsoni e tutti gli accessori richiesti. E’ un vero gioiello e sono felice che vada nelle mani di un vero esperto di motori.” Massimo, ricambiando la cordialità, disse: “Grazie Vittorio, è sempre molto gentile. Spero che il suo triciclo sia in grado di portarmi in giro per il mondo senza noie. A proposito, mi ha preparato una lista di centri di assistenza sparsi per tutta Europa? Sa, non si sa mai…” Vittorio, prontamente, disse: “Troverà tutto in una cartellina, inoltre l’ho omaggiata di un servizio assistenza e carro attrezzi che copre tutta l’Europa e i paesi extracomunitari. Stia tranquillo, ho pensato a tutto.”

Massimo, una volta in sella a quello strano e affascinante oggetto, si accomiatò da Vittorio che, con un’espressione veramente sincera, disse: “Sa, ingegnere, un po’ la invidio. Vorrei avere anch'io il coraggio di mollare tutto e di buttarmi in questa fantastica avventura.” Massimo, guardandolo affettuosamente, come un padre, disse: “Lei è giovane. Lo farà! Quando si perderà, cercherà di ritrovarsi. Lo farà!” Gli sorrise benevolmente, pigiò il bottone rosso dello starter: il motore, col suo cupo suono, spezzò l’imbarazzo di quell’attimo e Massimo scomparve risucchiato dal traffico.

“Ciao Rosy, ti volevo anticipare che partirò per uno, due mesi, in giro per l’Europa, per lavoro e perché ho bisogno di staccare. Venerdì vado a prendere Federica a Firenze e le do la notizia, non so come la prenderà, ma ormai ho deciso. Poi ne parliamo a voce quando ti porto Federica.” Rosy, col tono sorpreso e falsamente cortese, disse: “E quando avresti deciso di partire?” Massimo, calmo, rispose: “Sabato o Domenica.” Rosy, ora visibilmente seccata, disse: “Ah, così, quasi senza preavviso!?! Da un giorno all’altro!?! Certo, tu sei il falco, quello che volteggia libero nell’aria e guarda tutti dall’alto.” Lui, mantenendo una calma serafica, disse: “Scusa, Rosy, non capisco il tuo tono e le tue allusioni, siamo divorziati da anni, non ho fatto mai mancare nulla a te e a nostra figlia, sono un uomo maturo e libero. Cosa devo fare?!? Devo chiederti il permesso?!?” Lei, sempre più irritata dal tono calmo e sarcastico di lui, disse: “Tu sei stato sempre un uomo libero e ti sei sempre fatto i cazzi tuoi. Tu sei un uomo superiore, non devi chiedere il permesso a nessuno. Ci mancherebbe!” Lui, sapendo che la cosa sarebbe potuta andare avanti per ore, interrompendola, disse: “Sì, sì, ok, è come dici tu, ci vediamo venerdì sera quando ti porto Federica. Ora ti lascio perché mi stanno chiamando dall’officina.” Riattaccò prime che lei avesse l’occasione di aggiungere altro o di salutarlo.

Rosy era una bella donna, intelligente e per bene, ma le loro incompatibilità, o forse quelle di Massimo, erano tali da non consentire che il rapporto potesse durare a lungo. Questo, lei, non glielo aveva mai perdonato e, probabilmente, non glielo avrebbe perdonato neanche dopo morto.

Arrivò al College leggermente in ritardo e lanciando uno sguardo per vedere dove fosse sua figlia, la vide poco distante, in mezzo ad un gruppetto di compagni, due ragazzi e tre ragazze. Lei era la leader, glielo dicevano ai colloqui anche le maestre delle elementari. Una bella ragazza, non alta, ma con un viso che sembrava una porcellana di Capodimonte e due occhi grigio-verdi da ipnotizzare un elefante. Intelligente, più matura della sua età e con un carattere ribelle, era lì a tenere banco, quasi come se fosse sempre incazzata col mondo intero.

Massimo diede un colpetto di clacson e fece un gesto di saluto col braccio fuori dalla macchina. Fu un’amica ad accorgersi della sua presenza: sorridendo, salutò anche lei con un cenno della mano e avvertì Federica. Si salutarono e si abbracciarono come se si vedessero rivedere tra mille anni.

Salendo in macchina, con la sua grazia mascolina, disse: “Ciao papo, come stai? Andiamo subito a mangiare, c’ho una fame che non ci vedo!”

Viste le insistenze di Federica, si fermarono poco più avanti, in una trattoria da camionisti (garanzia di cibo ottimo e abbondante). Incurante della dieta, che regolarmente iniziava e interrompeva ogni settimana, ordinò una Carbonara, una bistecca ai ferri e le immancabili patatine fritte. Massimo prese soltanto una tagliata di manzo e della rughetta di campo. Mentre mangiavano, Federica, sempre col suo tono di voce alto e agitato, iniziò la sua lunga lista di lamentele: l’istitutrice del convitto è una stronza; la professoressa di matematica ce l’ha con me, così come pure quella di inglese e quella di spagnolo; la mia compagna di stanza mi ruba i vestiti; i ragazzi sono tutti infantili e bastardi, ecc., ecc. Il padre l’ascoltava pazientemente, intervenendo, quando necessario, a suo favore e, quando lo riteneva obiettivamente giusto, a suo sfavore, facendole notare con garbo che in quella determinata occasione la ragione non era dalla sua parte. Salvati cielo! “Ecco, ora ti ci metti anche tu! Sempre a darmi contro. Basta! Non ti racconto più niente.” Il padre, sempre con calma e pazienza, cercava di motivare il suo punto di vista: “Amore, non ti do contro, ma non puoi pensare di avere sempre ragione. Molte delle cose che ti accadono sei tu a procurarle, col tuo atteggiamento di sfida, con le tue espressioni del viso che dicono più di tante parole, con il tono che usi e con quella tua maledetta filosofia del “mi spezzo ma non mi piego”. Sapersi piegare, che non significa essere codardi e servili, è un atteggiamento maturo e intelligente. Piegarsi significa non prendere un muro in pieno, significa cercare di frenare e sterzare per rendere l’impatto meno disastroso. Là fuori, la vita è dura e se non saprai adattarti, ti spezzerà!” Lo sguardo della figlia gli fece capire che, ancora una volta, aveva sprecato inutilmente fiato e parole.

In fondo, quella parte del carattere gli piaceva, ma nello stesso tempo, da padre, aveva paura che si facesse male. Ma questi sono i figli. Cerchiamo di plasmarli a nostra immagine e somiglianza, con la presunzione che noi siamo perfetti, dimenticando che sono individui autonomi e che la loro unicità è la parte più affascinante della natura umana.

Imboccarono l’autostrada verso Roma, era una bella e soleggiata giornata di fine settembre, sembrava che l’estate proseguisse, ignorando il calendario. All’improvviso Federica si tolse le cuffie che, ahimè, non filtravano a sufficienza la noiosa, insulsa, deprimente, volgare musica rap nostrana che ascoltava, e con voce gentile, quella delle occasioni migliori e di quando doveva chiedere un favore, disse: “Papino mi fai guidare un po’?!?” “Come, guidare?!? Ma se neanche hai la patente.” Lei, angelicamente, disse: “Ma è una pura formalità burocratica, lo sai che la macchina la so portare.” Lui, già rassegnato, disse: “Sì, sì, lo so, ma questa pura formalità burocratica, come la chiami tu, mi può costare il sequestro dell’auto, il ritiro della patente, ecc., ecc.” Federica, in effetti, l’auto la sapeva portare e anche bene. Il padre, da buon ex pilota, all’età di 5 anni l’aveva sbattuta su un kart, dicendole: “Schiaccia quel pedale e vai!”. Era un talento naturale, aveva vinto vari trofei, poi era passata alla Formula Junior, vincendo il campionato italiano. Alcune esperienze nella classe Turismo e Gran Turismo, poi, come era nel suo carattere, mollò tutto con una banale giustificazione: “Comincio ad annoiarmi”. Il padre ci rimase un po’ male, ma non la contrastò, non l’avrebbe mai obbligata a fare una cosa che non amava e non sentiva al cento per cento. Era fatta così, era come se non volesse mai portare le cose fino in fondo o come se la stimolasse di più fare una cosa nuova, affrontare altre sfide.

Massimo accostò nella piazzola di emergenza, scese dall’auto, si guardò intorno guardingo, cedette la guida a Federica che, ripartendo, lasciò due baffi neri sull’asfalto. “Ehi, datti una calmata! Non sei in pista e se ci beccano passiamo la notte all’albergo Regina Coeli." Lei, con un sorriso sinistro, disse: “Tranquillo papà!” Lui, prontamente, disse: “Sì, sì, “tranquillo” è morto! Ahahahah ahahah.”

Massimo la osservava guidare e, compiaciuto, sorrideva sotto i baffi. Era bello vedere come quella ragazzina avesse il pieno controllo di quegli oltre 400 CV su quattro ruote. Era sicura, precisa, prudente, ma veloce, con quel viso sereno e quegli occhi verdi che, come laser, si muovevano veloci a scannerizzare ogni centimetro di quella lunga striscia di asfalto grigio. Dopo una cinquantina di chilometri, Massimo, disse: “Accosta alla prima banchina di emergenza, non approfittiamo troppo della fortuna. Sei brava, peccato che tu abbia mollato tutto.” Federica, alzando gli occhi al cielo, con una delle sue facce da schiaffi, disse: “Uffaaaaa, vabbè dai, non ci torniamo ancora sopra. Ora accosto.”

L’accompagnò dalla madre, si sarebbero rivisti il giorno dopo per festeggiare il suo compleanno e per salutarla prima della partenza.

Quella sera si sarebbe visto con Francesca e già presentiva una burrasca. Francesca ancora non sapeva nulla della partenza e sicuramente non l’avrebbe presa bene.

Avevano cenato all’aperto, da Gildo, un ristorantino in Trastevere. Gildo era morto da anni e a servirli era la figlia. Massimo, ogni volta che la vedeva, aveva un brivido. Era la copia perfetta del padre, anche nella gestualità e nel modo di esprimersi, confermando la sua teoria che l’immortalità sono i figli. Muori realmente solo quando il tuo sangue non scorre più nelle vene di nessuno.

Livia, col suo cordiale sorriso, portò il dolce, un limoncello per Francesca e l’ennesimo caffè per Massimo.

“Lunedì parto.” Questa breve frase ruppe il silenzio. Francesca, col bicchierino di limoncello in mano, alzando gli occhi verso di lui, disse: “Non mi avevi detto niente. Dove vai?” Lui, temendo la reazione di lei, serafico e col tono di chi vuole sminuire la gravità della notizia, rispose: “Non lo so esattamente, starò via per due o tre mesi.” Lei, poggiando con mano tremante il bicchiere di limoncello sul tavolo, socchiudendo gli occhi come la lama di un coltello, facendogli da eco, disse: “Due o tre mesi?!? Quando pensavi di dirmelo?!? Ti ha dato di volta il cervello?” Lui, prendendole la mano, con un sorriso rassicurante, disse: “Non prenderla così, è una decisione che mi è scattata in quest'ultima settimana. Ho perso il controllo di me, non so più chi sia, sono infelice, voglio provare a ritrovarmi. L’unico modo è tagliare con tutto e con tutti. Non è stata una decisione facile, ma devo farlo! Devo farlo per me, per mia figlia, per te, per il nostro futuro. Non so come spiegarmi. Spero tu possa capire.” Stranamente, il volto di Francesca si rasserenò e guardandolo con sguardo intenso e quasi commosso, con voce calma, disse: “Credo di capirti. Fai quello che ritieni sia meglio per te, un uomo infelice non mi serve a niente. Ti aspetterò come ho sempre fatto.” Massimo rimase colpito dalla sua reazione e dalle sue parole, sapeva che era una donna in gamba e che lo amava, ma non credeva fino a questo punto. Con voce dolce, disse: “Grazie per la tua comprensione. Cercherò di tornare migliore.”

Massimo era un uomo preciso, meticoloso, organizzato, ma nello stesso tempo imprevedibile e impulsivo. Doveva avere sempre tutto sotto controllo, altrimenti si disorientava e andava nel panico.

Per il viaggio che avrebbe affrontato la meta era sconosciuta, ma l’organizzazione della partenza era maniacale. Dall’abbigliamento tecnico che avrebbe indossato, alla scelta meticolosa dei pochi abiti che avrebbe portato, dai medicinali di base, agli oggetti utili più disparati, senza lasciare nulla al caso. In quelle tre borse rigide che equipaggiavano la CAM AM, non ci sarebbe stato un grammo di roba che non fosse indispensabile, né un grammo che fosse inutile. Quando organizzava qualcosa aveva il dono di avere una visione d’insieme, come un film che si proiettasse nella sua mente. Questo gli permetteva di prevedere l’imprevedibile e di avere sempre gli strumenti per affrontarlo, o almeno lo sperava. Anche quando faceva il pilota da corsa, questa sua visione lo avvantaggiava, salvo, a volte, vanificare tutto per il suo carattere appassionato ed impulsivo.

Una telefonata interruppe il suo lavoro di preparazione: “Ciao papo, a che ora passi a prendermi?” Lui, rispose: “Passo verso le tre, portati il casco, ho una sorpresa!” Lei, con voce ironica, disse: “Cos’è? Un altro cimelio su due ruote?” Lui, sorridendo, rispose: “Non fare tanto la spiritosa, poi vedrai! Ti stupirà!” Lei, col suo immancabile e dissacrante tono adolescenziale, disse: “Vabbè, vabbè…ci vediamo alle tre.”

“Noooooo, precio! Troppo figo! Dove l’hai trovato questo coso?!?” Federica era rimasta bloccata, poco fuori dal portone, guardando il padre a fianco della CAM AM. Mentre si avvicinava, il suo sorriso complice fu la conferma della sua approvazione. Abbracciò il padre senza riuscire a scollare lo sguardo da quella cosa. Massimo, disse: “Che ti avevo detto, che ti avrebbe stupito!?!” “E’ proprio precio, precisissimo!!! Mi ci fai fare un giro?” Ribatté Federica. Lui, orgoglioso, rispose: “Dopo. Adesso sali che ce ne andiamo a Fregene a rubare questo ultimo sprazzo di sole.” Quello strano triciclo passava meno inosservato di una Lamborghini color pistacchio. Col casco integrale in testa che gli copriva il volto, sembravano due fidanzati. Lei con un paio di Jeans dove erano più i buchi che la stoffa, una felpa grigio chiaro di Tommy Hilfiger, un paio di Nike bianche e i lunghi capelli castano biondi che volteggiavano nell’aria. Lui, stessi jeans, ma con meno buchi, un giubbino di pelle nera e un paio di mocassini Tod’s. Il rombo del tricilindrico ringhiava minaccioso fondendosi coi sibili dell’aria, per la gioia di quei due patiti di motori.

Dopo poco meno di mezz’ora erano davanti alla loro villa di Fregene: il cancello elettrico si aprì con una leggera esitazione e si richiuse subito dopo che ebbero parcheggiato. Felici di quell’assolato pomeriggio insieme, corsero a cambiarsi per andare in spiaggia.

Mentre stava lì, con la figlia, per un attimo, la sua decisione di partire vacillò – come faccio a stare due mesi senza di lei? A non vederla, non abbracciarla, non baciarla? – Quella, per lui, era veramente la parte più difficile e più critica. In 15 anni non si era mai separato da lei per più di 24 ore. Soltanto da quando era al College le separazioni si erano fatte obbligatoriamente più lunghe. Scacciò dalla sua mente quella nera nube, alzò gli occhi ad incontrare quell’azzurro cielo e prendendola per mano, disse: “Ti ricordi che ti dicevo quando eri piccola? Chi mette i piedi in acqua per ultimo non mangia il gelato!” Come due ragazzini, alzando una nuvola di sabbia, corsero a perdifiato verso il mare.

Massimo, sdraiato sul lettino, si godeva lo spettacolo, sempre emozionante, di quel tramonto e osservava quella figurina nera in controluce che nuotava in quel mare rosso. Alzò il braccio per dire a Federica di rientrare e lei gli rispose agitando le braccia. L’aria si era fatta fresca e Massimo le andò incontro con un asciugamano per non farle prendere freddo. Quando glielo mise sulle spalle e l’avvolse stretta, Federica, con uno scatto di insofferenza, disse: “Uffa, mi vuoi soffocare?!? Mi tratti sempre come se avessi cinque anni.” Lui, per niente offeso, disse: “Ah, già, dimenticavo che sei una donna adulta, quasi vecchia decrepita.” Lei, sorridendo e lanciandogli l’asciugamano addosso, disse: “Tu sei un vecchio decrepito. Copriti!” Risero insieme. Lei, aggiunse: “Dove andiamo a mangiare?” Lui, perdendosi negli occhi verdi della figlia, rispose: “Dove, se non in un posto per innamorati?!?” Lei, col suo tono dissacrante da adolescente, disse: “E quale sarebbe ‘sto posto da innamorati?!?” “Da Salvatore al Villaggio dei pescatori, ovviamente.”, rispose lui. “Ah, vabbè, dove ci stanno tutti i fichetti. Precio, si mangia bene!”

La grande pedana in legno, sulla spiaggia, ospitava una trentina di tavoli, già quasi tutti occupati. Il cameriere li accompagnò al loro tavolo, uno dei migliori e il più vicino al mare. Al centrotavola c’era una composizione di fiori, voluta da Massimo, illuminata da due candele, nel loro contenitore di vetro. Erano proprio una bella coppia, confermata dai sorrisi di assenso di alcuni commensali.