Prima di uscire, diede un’occhiata all’Iphone, c’erano alcuni messaggi di auguri e un messaggio di Federica: – Ciao papino, scusa per stamattina, lo sai che ho un brutto carattere, ma tu a volte mi stressi. A volte ho il dubbio di star studiando per qualcosa che non sono sicura che mi piacerà fare. Mi spaventa il futuro perché sento di non avere una particolare vocazione per qualcosa. Mi viene l’ansia e i sensi di colpa nei tuoi confronti. Tanti, tanti auguri. TVB. – Massimo sorrise e fu invaso da un grande tenerezza. Rispose: -Amore, il futuro si chiama futuro perché non lo conosciamo. Alla tua età, da un anno all’altro cambiano tante cose… Pensa al presente, non farti venire ansie e cerca di fare al meglio quello che devi fare. Lascia perdere i sensi di colpa per me, io voglio soltanto la tua felicità. Impegnati comunque, ti servirà per qualsiasi cosa tu voglia fare in futuro. Ora smettila di fare l’ansiosa, proietta i tuoi pensieri non oltre le 24 ore e non piangerti addosso. Sabato festeggiamo insieme, soltanto io e te. TVB.-
Si era fatto tardi, sgommò con la Porsche, come se fosse alla partenza di Le Mans.
Francesca, cosa rara per una donna, era già sotto al portone ad aspettarlo. Massimo scese, trafelato, dalla macchina, si scusò, la baciò e partirono alla volta del ristorante.
Francesca, sua fidanzata da un paio di anni, trentottenne, non alta, ma fisicamente perfetta e con un bel viso sbarazzino, divorziata anche lei, era giornalista e lavorava in un quotidiano romano. Come diceva ironicamente Massimo, era la donna delle 3P: prevaricatrice, possessiva, permalosa.
Francesca, accarezzandogli la mano, poggiata sul cambio, scherzosamente, disse: “Cinquanta anni! Mi devo preoccupare?” “Di cosa?” Rispose, distrattamente, lui. Lei, incalzando, disse: “Beh, della crisi del cinquantenne! Si dice che gli uomini a cinquant’anni perdono la testa, lasciano la moglie e scappano con qualche ragazzina.” Lui, carinamente, conoscendola, per non accendere qualche pericolosa miccia, disse: “Amore, ma io già sto con una ragazzina! Un’affascinante ragazzina di trentotto anni.” Francesca, presa in contropiede, disse: “Sei sempre il solito paraculo, bastardo, ma ti amo tanto.”
I suoi amici erano tutti lì, davanti al ristorante, ad aspettarlo. Appena lo videro intonarono un disordinato e stonato: “perché è un bravo ragazzo, perché è un bravo ragazzo…” Massimo, con un’inequivocabile espressione del viso e un cenno della mano, disse: “Stop! Non ci facciamo sempre riconoscere.” C’era Walter, dentista, amico fin dai tempi del liceo, sempre con la battuta pronta, ma la sua allegria celava un grande disagio affettivo. Praticamente abbandonato alla nascita da una madre un po’ puttana e sbattuto in collegio da un padre egoista e menefreghista, ancora da adulto si portava dietro quelle ferite mai rimarginate. Aveva sempre cercato di compensare l’affettività perduta attraverso l’amore di una donna, ma a quelle sue vecchie ferite se ne erano aggiunte altre: un matrimonio fallito, la moglie aveva una tresca con un collega di lavoro, varie storie finite male e ora, questa ultima compagna, Cecilia, era un’opportunista che, capite le sue fragilità, lo sfruttava.
C’era Massimiliano, costruttore, anche lui amico di vecchia data. Single da sempre. Non alto, ma molto affascinante, passato da una vita di sregolatezze ad una vita quasi monacale e salutista, dettata anche dalla sua accentuata ipocondria. Con lui, Marisa, una bella donna con la quale conviveva da due anni.
C’era l’immancabile Simona, sua ex, trasformata nella sua amica più cara e fedele ormai da 10 anni. Dopo sua figlia Federica, forse, Simona era la persona che stimava e amava di più nella sua vita. Empatica, solare, intelligente, intraprendente, generosa, sempre pronta ad aiutare gli altri e mai sé stessa. Era un’amica insostituibile e centrale per l’equilibrio di Massimo.
Per concludere c’era Andrea, antiquario, vedovo, vecchio amico di scorribande, ahimè, sempre in lotta con l’alcolismo. Tanto forte e sicuro in apparenza, quando debole e fragile nella realtà.
Pietro, amico e proprietario del ristorante, li fece accomodare in un bel tavolo del giardino interno. Tornò quasi subito con in mano una bottiglia di champagne, accompagnato da due camerieri con vassoi colmi di stuzzicanti antipasti, dicendo: “Questa la offro io! Tanti carissimi auguri caro Ingegnere e buon appetito a tutti!”
Erano i suoi migliori amici, ma era come assente, immerso nei suoi pensieri, sentiva solo un brusio di voci. All’improvviso, fu come risvegliato da una stretta di mano di Francesca e dalla sgradevole voce di Cecilia che, ossessivamente, ripeteva: “Siete una bella coppia. Che aspettate a sposarvi?!?” Massimo, guardò Francesca, poi si guardò intorno e incrociò lo sguardo con quello di Cecilia. Non sentì subito la sua voce, ma vide quella bocca che si muoveva, senza emettere alcun suono. Sembrava un pesce in un acquario. Poi, arrivò il suono delle sue parole: “…è,è,è, voi uomini, sempre a fare i ragazzini con noi che vi corriamo dietro… Cosa aspetti a sposarla?…” Massimo, come risvegliato all’improvviso, prima di rispondere guardò il suo amico Walter, quasi per scusarsi di quello che avrebbe detto, poi, disse: “Cara Cecilia, ho già dato. Poi, comunque, scusa l’espressione schietta, sono cazzi nostri! Se stai dicendo questo per lanciare indirettamente un messaggio al tuo fidanzato Walter, ti rispondo io per lui, ha già dato anche lui!” Walter lo guardò con uno sguardo complice, di riconoscenza. Cecilia, invece, con gli occhi rossi di stizza e di qualche bicchiere di troppo, disse: “Sei il solito villano e arrogante. Povera Francesca!” Tempestiva, intervenne a rasserenare gli animi la dolce Marisa, dicendo: “Vedete com’è bizzarra la vita: Massimiliano vorrebbe sposarmi e invece sono io che non voglio. Stiamo così bene insieme, cosa ci cambierebbe un matrimonio?!? Basta con queste discussioni stupide. In alto i calici per il nostro festeggiato!” L’ennesimo brindisi diradò le nubi di quella piccola tempesta e la comitiva riprese le sue banali conversazioni.
Prima che arrivasse la fatidica torta con le cinquanta candeline, Walter, alzandosi, disse: “Massimo, andiamo a fumarci una sigaretta!” Massimo, si alzò e lo seguì fino ad un salottino, in un angolo del giardino, dedicato ai fumatori. Si sedettero su comode poltrone di vimini, si accesero una sigaretta e Walter disse: “Scusa per Cecilia, quella è già invadente di suo, poi quando beve non si regola.” Massimo, guardando con affetto l’amico, disse: “Scusa tu, ma ho avuto una giornataccia e poi queste intrusioni nella mia vita privata non le sopporto. Già Francesca mi rompe i coglioni di suo con la storia di andare a vivere insieme, ci manca solo Cecilia a metterci il carico da undici.” Walter, non perdendo mai la sua vena ironica, disse: “Sai come dico io?!? Il mondo è bello perché è “avariato”. Ah,ah,ah,ahhh. E’ tutta una vita che sono una calamita per le stronze. Lo sai, in passato ho anche cercato di interrompere questa catena: ho tentato il suicidio due volte, ma ho fallito. Ho fallito anche in questo! Ma stavolta ho trovato il killer giusto! Stavolta ce la faccio!” Massimo, guardando l’amico con curiosità e stupore, disse: “Mo che è ‘sta stronzata del killer?” Walter, mantenendo il suo sorriso ironico e scanzonato, disse: “Ho un tumore al fegato. Mi hanno dato tre mesi di vita.” Massimo non commentò e, abbracciandolo teneramente, disse: “Se non ti trovi bene, è meglio che te ne vada.” Esitò e aggiunse: “Comunque, non pensare di cavartela così, ti porterò con me per il resto della mia vita.”
Era arrivata la torta, con quell’incendio di 50 candeline, i vicini di tavolo accennarono dei sorrisi augurali e pigramente batterono le mani. Massimo inspirò profondamente e soffiò come un tornado su quello che era rimasto dei suoi cinquant’anni. Walter, in piedi, aprì la bottiglia di champagne e, raggiungendo rapidamente i calici protesi disse, disse: “Brindo all’amico, al fratello, al padre, che sei stato per me in tutti questi anni.” Il tintinnio dei calici riempì l’aria, interrompendo per un attimo quello strano, religioso, silenzio che si era creato. Poi, tutto riprese vita, le risa e il brusio delle voci ripresero il sopravvento, tutto riprese come prima, come nulla fosse mai avvenuto. Il presente era già passato e il futuro era appena iniziato.
Massimo guardò l’orologio e, subito, Francesca, disse: “Hai un appuntamento?” Lui, sorridendo, rispose: “Ammiravo il tuo regalo e guardavo quanto tempo mancasse prima di arrivare a casa e fare l’amore con te.” Francesca, conoscendo la passione di Massimo per gli orologi, gli aveva appena regalato un JWC Porsche Design in Titanio.
Erano quasi arrivati alla macchina, quando Massimo notò uno strano veicolo parcheggiato in seconda fila, davanti a una gelateria. Di fronte a certe cose, la sua passione per i motori lo faceva comportare come un bambino. Affascinato, si fermò ad osservarlo. Era uno strano veicolo, con la parte anteriore carenata e due ruote, un manubrio da moto, una enorme e confortevole sella, una grossa gomma sul posteriore. Osservò ogni particolare e lesse il nome sulla carenatura: CAM AM SPYDER GRAN SPORT ROADSTER. Gli evocò subito un senso di libertà, una voglia irrefrenabile di saltare su quella sella e di partire per un lungo viaggio senza meta.
Francesca, tirandolo per la giacca, disse: “Eccolo, non crescerai mai! Sempre a giocare coi tuoi giocattoli.” Lui, così preso dai suoi sogni di avventura, distrattamente, disse: “Cosa hai detto amore?!?” Lei, stizzita, rispose: “Sei talmente preso, che non stai neanche a sentirmi. Non ti preoccupare non ti ho detto niente, intanto ripeterlo sarebbe inutile.” Massimo, stupito da quel tono, disse: “Ma che hai? Perché sei arrabbiata? Non sarai mica gelosa di questo coso a tre ruote?!?” Lei, per nulla rasserenata, rispose: “Sono gelosa di tutto, dei tuoi giocattoli, dei tuoi amici, del tuo lavoro, di tua figlia, perché io vengo sempre dopo ogni cosa. Sono sempre l’ultima!” Lui, seccato, ma cercando di mantenere un tono conciliante, disse: “Amore, ma che dici? Che stai farneticando? Hai bevuto troppo?!?” Lei, ormai senza controllo, rispose: “Ora mi dai anche dell’ubriaca! Offendi anche me, dopo aver offeso Cecilia per essersi permessa di parlarti di matrimonio. Ma certo, tu sei superiore a tutti, nessuno ti può dire niente, devono essere tutti ai tuoi ordini. Non possiamo vivere insieme perché non vuoi scalfire la suscettibilità di tua figlia, non possiamo sposarci, perché, come dici tu: ho già dato. Ma cresci! Hai 50 anni!” Massimo che, fino ad allora, era stato accomodante e gentile, non potendo non reagire all’attacco scomposto di Francesca, disse: “Ecco la donna delle 3P in tutto il suo splendore! Lo so che ho cinquanta anni, li ho appena festeggiati. Che devo fare, mettermi in pantofole davanti alla TV? Giocare a bocce al circolo degli anziani? Andare la domenica a messa, mano nella mano? Comprarmi una Volvo Station Wagon e riempirla di mocciosi e di cani? Cosa dovrei fare per farti felice e per rasserenare le tue ire improvvise?” Lei rispose: “Nulla! Non devi fare nulla.” Si girò di scatto per allontanarsi e quasi fu investita da una macchina, gesticolò con il braccio alzato, urlò: “Taxi, taxi, taxi.” Un ignaro autista si fermò con uno stridio di freni e accolse, nel suo taxi, la parte peggiore di quella bella e intelligente ragazza.
Massimo non si stupì più di tanto, era abituato ai repentini cambiamenti di umore e alle scenate di Francesca. Approfittò dell’occasione per guardare più attentamente quello strano veicolo. Mentre veleggiava coi suoi pensieri, una voce sicura e piacevole disse: “Le piace?” Massimo, preso alla sprovvista, alzò gli occhi per vedere chi fosse l’autore di quella domanda. Era un bel ragazzo di circa trent’anni, alto, atletico e, come tutti i giovani rampanti di quell’età, accessoriato di barba e tatuaggi. Massimo, accennando un sorriso cordiale, disse: “Si! Molto interessante. Non l’avevo mai vista.” Il giovane, visibilmente orgoglioso del suo mezzo, disse: “In effetti è una novità per l’Europa. E’ un mezzo della canadese BRP, ora importato anche in Italia. Se le interessa, li vendo io.” Massimo, prima di parlare, guardò l’orologio. La mezzanotte era passata da un quarto d’ora. Scaramanticamente rassicurato dal fatto che quella brutta giornata fosse giunta al termine e che fosse iniziato un nuovo giorno, disse: “Certo che mi interessa! Ma vista l’ora non la voglio trattenere.” Il giovanotto, già nei panni di venditore, disse: “Ma ci mancherebbe. E’ un piacere! Il motore è un Rotax 1330 cc., 3 cilindri da 115 cavalli, con cambio sequenziale a sei marce…” Massimo, interrompendolo, disse: “Sìì, si, credo di essermi fatto un’idea. Dov’è la sua concessionaria? Voglio passare a trovarla e provare questo coso.” Il giovanotto estrasse il biglietto da visita dal giubbotto e lo porse a Massimo. “Siamo in Via Nomentana. Sul biglietto c’è tutto. L’Aspetto!” Massimo ringraziò e promise che sarebbe andato a trovarlo presto. Vittorio, il giovanotto, indossò il casco, inforcò la CAM AM e pigiò il bottone rosso dello starter. Dallo scarico uscì un rumore graffiante, classico dei tre cilindri. Vittorio, con una manovra, volutamente scenografica, fece sgommare il grosso pneumatico posteriore e in un attimo si dileguò.
Massimo, pensò: -Certo che ti verrò a trovare. Certo!
La riflessione, del giorno precedente, davanti allo specchio, il susseguirsi di eventi negativi durante tutta la giornata, il suo cinquantesimo compleanno, la scoperta di quello strano veicolo a tre ruote… Era come se, all’improvviso, si componessero le tessere di uno strano puzzle, come se apparenti coincidenze fossero solo l’inizio di un inevitabile cambiamento.
Sprofondato sul divano, mentre ascoltava Heroes di David Bowie, nella sua mente cominciò a prendere forma uno strano progetto. Avrebbe staccato la spina, sarebbe partito per un mese, forse due, senza nessuna meta. Non intendeva questo viaggio come una fuga, ma esattamente il contrario. La voglia, la necessità di ritrovarsi, di ritrovare una strada da percorrere per il futuro. Si era reso conto improvvisamente che quella che stava percorrendo da un po’ di anni era una strada a senso unico, era un vicolo cieco, era un cul de sac. Sì! Aveva deciso! Al massimo entro una settimana sarebbe partito.
“Vittorio, buongiorno! Sono Massimo, quel signore che ieri sera era affascinato dalla sua Cam Am. La trovo se passo tra un’oretta?” Vittorio, con tono cordiale e professionale, disse: “Buongiorno a lei. Sì, certo. L’aspetto.”
Vittorio, guardando la Porsche di Massimo, appena parcheggiata, disse: “Certo che, anche lei, in quanto a giocattolini non scherza.” Massimo, facendo un sorriso di circostanza, disse: “Auto e moto sono la mia passione da sempre, apposta sono qui, mi mancava un triciclo. Ah,ah,ah,ah,ahhhhh.”
Dopo una interessante e soddisfacente prova su strada, acquistò il top di gamma, full optional, rosso Ferrari. L’avrebbe preferito nero, ma quello rosso, e un altro, di un improponibile color giallo, erano gli unici in pronta consegna.
Vittorio, salutandolo, disse: “Come d’accordo, al massimo entro tre giorni glielo consegno. Poi, mi farà piacere visitare il suo negozio di “giocattoli”, anche se credo che non mi potrò permettere di fare acquisti. I suoi non sono “tricicli”!” Massimo, salendo sulla Porsche, sornionamente, disse: “Non si sa mai…, ma faccia presto, sono in partenza per un lungo viaggio. Ci vediamo giovedì!”
Mentre era in macchina, gli venne in mente Forrest Gump, dell’omonimo film e una delle sue fantastiche frasi: “Quel giorno, non so proprio perché, decisi di andare a correre un po'”. Pensò che la sua CAM AM non era proprio un paio di scarpe da running, ma, in fondo, l’intenzione era la stessa. Sorrise.
“Alessandra, buongiorno, mi organizzi una riunione per le 15:00, con Antonio, Giorgio e il Rag. Salvati. Ha notizie per i documenti della Bugatti?” Alessandra, rispose: “Sì, glieli ho lasciati sulla scrivania, ma per quello che ho visto, come diceva lei, su quella macchina c’è qualcosa di poco chiaro. Bene, organizzo la riunione.” Massimo, andò nel suo ufficio e controllò i documenti. Come primo proprietario figurava un Emiro arabo, poi era passata di mano ad un banchiere svizzero che, a sua volta, dopo qualche mese, l’aveva ceduta ad un industriale padano e, infine, era stata acquisita da una società Lussemburghese. Lì se ne perdevano le tracce, fino a riapparire, non si sa come, nelle mani del sedicente avvocato di Frosinone che, comunque, non era l’effettivo proprietario. C’era troppa puzza di camorra, confermata dal prezzo di svendita di 800.000 euro e dalle modalità di pagamento richieste dall’avvocato: 50% con bonifico bancario, 50% contanti, in nero. Il suo cliente, collezionista serio e trasparente, non avrebbe mai accettato.
Chiamò subito l’avvocato, dicendogli che il suo cliente aveva soprasseduto all’acquisto e che per il momento non se ne sarebbe fatto niente. Salutò ossequiosamente e chiuse la telefonata. L’avvocato non la prese per niente bene.
Erano già tutti presenti nella sala riunioni, Massimo si sedette, bevve il caffè che Alessandra aveva appena preparato, si accese una sigaretta e, con tono tranquillo, ma deciso, disse: “Vi ho riunito per informarvi che non sarò presente in azienda per uno o due mesi. Alessandra, lei avrà tutte le deleghe bancarie e il potere di firma. Giorgio, lei, come direttore delle vendite, avrà la responsabilità di effettuare le vendite senza il mio benestare finale. Lei, ragionier Salvati, in collaborazione con Alessandra, effettuerà incassi e pagamenti. Tu, Antonio, potrai tranquillamente andare avanti senza di me.” Antonio, interrompendolo, disse: “Ingegnere, grazie per la fiducia, ma lo sai che non è così. Noi siamo come una coppia di carabinieri: uno legge e uno scrive. Ahh,ahh,ahhh.” Massimo, sorridendo, prosegui: “Vai, vai, che ce la fai pure da solo. Quindi, ritornando all’argomento della riunione, confido pienamente in voi. Sono certo che non mi deluderete. Io sarò presente ancora qualche giorno per le ultime incombenze. Andate pure. Lei, Alessandra, resti.” Lasciarono tutti la sala riunione con un’aria interrogativa, anche Alessandra aveva la stessa espressione.
Massimo, disse: “Capisco la sua perplessità, ma non è successo niente di grave. Ho semplicemente deciso di partire per un lungo viaggio. Ho bisogno di staccare, di rimettere ordine nella mia vita. So che di lei mi posso fidare ciecamente, così come degli altri collaboratori. Quindi parto sereno. Io mi farò sentire non più di una volta a settimana e lei mi contatti solo se è assolutamente indispensabile. Potete tranquillamente cavarvela da soli. Ha qualche domanda?” Alessandra, pur essendo una donna energica e intraprendente, presa così alla sprovvista, disse: “Non so, forse avrei mille di domande da farle ma, come dice lei, dobbiamo cavarcela da soli. Ci conti, ce la caveremo da soli! Grazie per la fiducia.” “Grazie a lei!” rispose Massimo.
Ora, la parte del piano più difficile da affrontare era sua figlia, non solo per come avrebbe reagito lei, ma per quanto era difficile per lui separarsene. Ma anche questa separazione, probabilmente, lo avrebbe aiutato a ritrovarsi. Da quando era nata Federica ogni pensiero, azione, decisione, era condizionata al benessere e alla felicità di quella bambina, spesso anche a scapito della sua. Fare il padre era l’esperienza e il “mestiere” più difficile che avesse mai affrontato nella sua vita e, forse, era quello che gli era riuscito meglio.
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