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2019 год
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CAPITOLO DUE

 

Corsero al centro di comando, i colpi alla porta sempre più forti ora che si trovavano più vicini all’ingresso. Lo stesso, con l’intercapedine, Kevin era stupito che il suono si sentisse. Con cosa stavano colpendo il portone?

Luna non sembrava impressionata, quanto piuttosto preoccupata.

“Cosa c’è che non va?” le chiese Kevin.

“E se fossero gli alieni? O la gente sotto il loro controllo?” chiese lei. “E se stessero andando a caccia dei superstiti rimasti?”

“Perché dovrebbero farlo?” chiese Kevin, ma la paura iniziò a insidiarsi in lui al solo pensiero. E se fosse veramente così? E se fossero riusciti ad entrare?

“È quello che farei io se fossi un alieno,” disse Luna. “Impossessarmi di tutto, assicurarmi che non resti nessuno con cui combattere. Uccidere chiunque si metta in mezzo ai piedi.”

Kevin si trovò a giurare a se stesso, non certo per la prima volta in vita sua, di non mettersi mai contro Luna. Ma poteva comunque sentire la paura sotto alle sue parole. E poteva anche condividerla. E se fossero corsi in un posto che sentivano sicuro, solo per trovarlo già in fase di cedimento adesso?

“Possiamo vedere chi ci sia là fuori?” chiese Kevin.

Luna indicò gli schermi neri. “Sono morti da ieri sera.”

“Ma quello è solo il segnale che proviene dai collegamenti con il resto del mondo,” insistette Kevin. “Devono esserci… non lo so, delle videocamere di sicurezza o qualcosa del genere.”

Dovevano esserci. Una struttura militare per la ricerca non se ne sarebbe stata cieca di fronte a tutto ciò che succedeva attorno. Iniziò a premere pulsanti sui computer di sistema, tentando di trovare un modo di far fare loro quello che voleva. La maggior parte degli schermi erano vuoti, i segnali dal resto del mondo interrotti, o bloccati… o forse solo spariti. Anche Luna si mise a schiacciare pulsanti accanto a lui, anche se Kevin aveva il sospetto che non avesse idea di cosa fare esattamente, proprio come lui.

“Chiunque sia, non so se dovremmo farli entrare,” disse Luna. “Potrebbe esserci chiunque là fuori.”

“È vero,” disse Kevin, “ma se si trattasse di qualcuno che ha bisogno del nostro aiuto?”

“Forse,” disse Luna, non particolarmente convinta. “Chiunque sia, stanno dando colpi piuttosto forti alla porta.”

Era vero. Gli echi metallici di ogni colpo riverberavano attraverso il bunker. Arrivavano a gruppi di tre, e lentamente Kevin iniziò a rendersi conto che c’era uno schema negli spazi tra essi.

“Tre brevi, tre lunghi, tre brevi,” disse.

“Intendi SOS?” chiese Luna.

Kevin le lanciò un’occhiata.

“Pensavo che tutti lo sapessero,” disse lei. “È praticamente tutto ciò che ricordo.”

“Quindi qualcuno là fuori ha dei problemi?” chiese Kevin, e il pensiero gli portò addosso un diverso genere di preoccupazione. Dovevano dare una mano invece di esitare? Scorse l’immagine di una macchina fotografica nell’angolo di uno degli schermi. La premette e ora gli schermi di accesero con immagini che venivano dalle videocamere di sicurezza attorno alla base abbandonata.

“Quella,” disse Luna indicando una delle immagini, come se Kevin non sapesse quale scegliere tra quelle presenti. “Ecco, lascia.”

Luna premette un pulsante e l’immagine riempì lo schermo.

Kevin non sapeva cosa si fosse aspettato. Un’orda di gente controllata dagli alieni, forse. Alcuni soldati che sapevano della base e avevano lottato per farsi strada in mezzo alla campagna per arrivarci. Non una ragazza della loro età che teneva in mano quello che era rimasto di un cartello stradale e che batteva a ritmo regolare contro la porta.

Aveva il fisico atletico e i capelli scuri e corti, e una borchia sul naso che sembrava intimare a chiunque di non osare dire nulla al riguardo. Kevin poteva vedere che aveva un viso carino, molto carino pensò, ma con una certa tensione in esso che suggeriva che non avrebbe gradito il complimento. Aveva una maglietta con il cappuccio scuro e un giacchino in pelle che sembrava troppo grande di un paio di taglie, dei jeans strappati e degli scarponcini da trekking. Aveva in spalla un piccolo zaino, come se fosse andata a camminare in montagna, ma per il resto sembrava più una fuggitiva che altro, i suoi abiti striati di sporco, tanto da lasciar intendere che dovesse trovarsi per strada già da settimane prima dell’arrivo degli alieni.

“Non mi piace,” disse Luna. “Perché c’è solo una ragazza che cerca di entrare?”

“Non lo so,” disse Kevin, “ma probabilmente dovremmo lasciarla venire dentro.”

Aveva senso, no? Se stava chiedendo aiuto, allora dovevano almeno provare a dargliene, no? La ragazza stava guardando lo schermo ora, e anche se sembrava non esserci alcun suono, non sembrava contenta che la lasciassero là fuori.

Luna premette qualcosa e ora poterono sentirla, con i microfoni che coglievano la sua voce.

“… di lasciarmi entrare! Ci sono ancora quelle cose qua fuori! Ne sono sicura!”

Kevin si trovò a guardare oltre a lei sullo schermo, e fu certo di poter distinguere le sagome di persone che si muovevano con quella strana mancanza di scopo e stimolo che suggeriva che fossero posseduti dagli alieni.

“Dovremmo lasciarla entrare,” disse Kevin. “Non possiamo lasciare qualcuno là fuori a questo modo.”

“Non sta indossando una maschera,” sottolineò Luna.

“E allora?”

Luna scosse la testa. “Allora, se non sta indossando una maschera, perché il vapore alieno non l’ha trasformata? Come facciamo a sapere che non è una di loro?”

Come a volerle dare una risposta, la ragazza sullo schermo si avvicinò di più alla videocamera e fissò dentro lo schermo.

“So che c’è qualcuno là dentro,” disse. “Ho visto la videocamera muoversi.  Guardate, non sono una di loro. Sono normale. Guardatemi!”

Kevin guardò i suoi occhi. Erano grandi e castani, ma la cosa più importante era che le sue pupille erano normali. Non erano completamente bianche come quelle degli scienziati quando il vapore della roccia li aveva catturati, o come quelle di sua madre quando era tornato a casa…

“Dobbiamo lasciarla entrare,” disse ancora Kevin. “Se la lasciamo là fuori, la gente controllata dagli alieni la prenderà.”

Kevin era certo di poter vedere delle figure in uniforme militare che avanzavano adesso, muovendosi all’unisono, ovviamente sotto il controllo degli alieni.”

Corse verso l’intercapedine e usò la chiave che la dottoressa Levin gli aveva dato per aprirla. La ragazza era lì che aspettava, mentre i militari si facevano sempre più vicini e ora si mettevano a correre.

“Svelta! Dentro!” disse Kevin. Tirò la ragazza all’interno, perché non c’era tempo da perdere. Fece per chiudere la porta, sapendo che sarebbero stati al sicuro non appena l’avesse posta tra loro e i posseduti che avanzavano verso la base.

Non si spostò.

“Aiutami,” le gridò Kevin tirando la porta e sentendo la solidità dell’acciaio contro le proprie mani. La ragazza la afferrò insieme a lui, tirando la porta e buttandosi di peso contro di essa per smuoverla.

Poco distante ormai, gli ex soldati stavano avanzando di corsa, e Kevin fece di tutto per mantenere la concentrazione sulla porta, non su di loro. Era l’unico modo per tenere a bada il terrore e concentrarsi nello spingere indietro il peso, tirando la porta.

Alla fine cedette, mettendosi in movimento mentre loro la trascinavano chiudendola. Kevin udì l’eco del metallo che andava a sbattere con un click che risuonò attorno all’intercapedine.

 

Avvio procedura di decontaminazione,” disse una voce elettronica nello stesso modo che aveva fatto quando Kevin e Luna erano arrivati la prima volta. Si sentì lo scorrere dell’aria che veniva pulita dai filtri del bunker attorno a loro.

“Ciao, mi chiamo Kevin,” le disse. Sospettava che ci fosse bisogno di dire qualcosa di molto più drammatico in un momento come quello, ma non gli veniva in mente niente.

La ragazza rimase in silenzio per un momento o due, poi sembrò rendersi conto che Kevin potesse essere in attesa di una risposta. “Io sono Chloe.”

“Piacere di conoscerti, Chloe,” disse Kevin.

Lei lo guardò in silenzio, come se lo stesse valutando, e sembrò quasi sul punto di scappare. “Sì, immagino.”

L’altra porta dell’intercapedine si aprì. Luna li stava aspettando, con il migliore sorriso che riuscì a presentare in quel momento, anche se era stata lei ad opporsi a far entrare Chloe.

“Ciao,” disse, porgendole una mano. “Io sono Luna.”

Chloe fissò la sua mano e poi scrollò le spalle senza prenderla.

“Lei è Chloe,” disse Kevin.

Chloe annuì, non particolarmente entusiasta, e si guardò attorno nervosamente.

“Dove sono tutti?” chiese alla fine.

“Non ci sono,” rispose Luna. “Ci siamo solo noi. Io e Kevin.”

Fece un passo portandosi più vicina a Kevin, come a voler sottolineare che erano una squadra. Gli mise anche una mano sulla spalla.

“Solo voi due?” disse Chloe. Si sedette su una delle sedie del centro di comando, scuotendo la testa. “Tutta questa strada, e siete solo voi due?”

“Da dove vieni?” chiese Kevin.

“Questo non ha importanza,” disse Chloe senza guardarli.

“Io penso che un pochino importi,” ribatté Luna. “Voglio dire, sei comparsa dal nulla, e ci stai chiedendo di fidarci di te.”

Chloe sollevò di scatto lo sguardo, scrollò le spalle e poi uscì dalla stanza. Kevin la seguì, più che altro perché sospettava che se l’avesse fatto Luna ci sarebbe stata una sorta di discussione, e anche perché c’era qualcosa di intrigante in Chloe. C’erano così tante cose che non sapevano di lei.

“Non serve che mi segui,” disse Chloe, girandosi a guardare Kevin che le andava dietro lungo uno dei corridoi.

“Pensavo di farti vedere il posto,” disse Kevin. “Cioè… se vuoi.”

Chloe scrollò ancora le spalle. Sembravano esserci diverse sfumature in quelle scrollate di spalle, e pareva che questa significasse ok. Kevin non era veramente sicuro di poterla capire.

“Ci stiamo guardando attorno da quando siamo arrivati qui,” disse Kevin. “Ci sono una cucina e un magazzino qua sotto, e alcuni bagni lì. Questo è il dormitorio dove dormiamo. Scegli un letto se vuoi. Io sono da quella parte, e anche Luna.”

Chloe scelse un letto. Era dall’altra parte della stanza rispetto a quelli che avevano scelto Luna e Kevin.

“Non è che non mi fidi di voi,” disse, “ma non vi conosco, e…” Scosse la testa, non completando la frase. Aveva un’espressione inquieta.

“Stai bene?” le chiese Kevin.

“Sto bene,” ribatté bruscamente Chloe, ma poi ammorbidì un poco la voce. “Sto bene. Solo è da un po’ che ho imparato a guardarmi alle spalle. Mi sa che non sono molto brava a interagire con la gente.”

“Va bene,” disse Kevin. Tornò verso la porta.

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