Читать книгу «Prima Che Invidi» онлайн полностью📖 — Блейка Пирс — MyBook.
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CAPITOLO TRE

Grand Teton National Park, Wyoming

Bryce sedette sul bordo della parete rocciosa, con i piedi che penzolavano nel vuoto. Il sole stava tramontando, proiettando una serie di luminose sfumature oro e arancio che si facevano più accese in prossimità dell'orizzonte. Si massaggiò le mani e pensò a suo padre. La sua attrezzatura da arrampicata era dietro di lui, riposta e pronta per la prossima avventura. Lo aspettavano due chilometri e mezzo di camminata per tornare alla macchina, per un totale di quasi dieci chilometri percorsi a piedi, ma per ora non pensava nemmeno all’auto.

Non stava pensando all’auto, né alla sua casa né alla sua nuova sposa. Suo padre era morto un anno prima e avevano sparso le sue ceneri in quel punto, esattamente al confine meridionale di Logan's View. Suo padre era morto sette mesi prima che Bryce si sposasse, a una sola settimana da quello che sarebbe stato il suo cinquantunesimo compleanno.

Era proprio lì, sulla parete meridionale di Logan's View, che Bryce e suo padre avevano celebrato la prima scalata di Bryce. Bryce sapeva che non era considerata un’impresa ardua, anche se era certamente stata difficile per lui a diciassette anni, visto che fino a quel momento aveva solo scalato pareti rocciose molto più modeste nel Grand Teton National Park.

Onestamente, Bryce non capiva cosa ci fosse di così speciale in quel posto. Non era sicuro del motivo per cui suo padre aveva chiesto che le sue ceneri fossero sparse proprio lì. Bryce e sua madre avevano dovuto lasciare l’auto nel parcheggio a due chilometri e mezzo da dove si trovava ora – nel punto in cui, poco meno di un anno prima, avevano disperso le ceneri di suo padre. Certo, il tramonto era bello, ma c'erano molte altre vedute panoramiche nel parco.

“Eccomi, sono tornato quassù, papà. Mi sono arrampicato qua e là, ma niente di eccezionale come quello che facevi tu.”

Bryce sorrise, pensando alla fotografia che gli era stata consegnata poco dopo il funerale del padre. Suo padre aveva tentato la scalata dell'Everest, ma si era rotto la caviglia dopo solo un giorno e mezzo di arrampicata. Aveva scalato i ghiacciai in Alaska e numerose formazioni rocciose senza nome in tutti i deserti americani. Quell’uomo era una specie di leggenda nella mente di Bryce e così voleva che rimanesse.

Osservò il tramonto, certo che a suo padre sarebbe piaciuto. Anche se, onestamente, con tutti i tramonti che aveva visto da diversi punti panoramici durante i suoi anni di arrampicata, quello non aveva nulla di particolare.

Bryce sospirò, notando che stavolta le lacrime non erano arrivate. La vita stava lentamente iniziando a sembrare normale senza suo padre. Era ancora in lutto, certo, ma stava andando avanti. Si alzò in piedi e si voltò per prendere lo zaino con la sua attrezzatura da arrampicata. Si fermò di colpo, allarmato alla vista di qualcuno che stava direttamente dietro di lui.

“Mi dispiace averti spaventato” disse l'uomo, in piedi a meno di un metro di distanza da lui.

Perché diavolo non l'ho sentito? Si chiese Bryce. Deve essersi mosso molto silenziosamente... di proposito. Perché cercava di avvicinarsi di soppiatto? Per derubarmi? Per prendere la mia attrezzatura?

“Nessun problema”, disse Bryce, scegliendo di ignorare l'uomo. Sembrava sui trentacinque anni, con un velo sottile di barba incolta che gli copriva il mento e un berretto a coprirgli la testa.

“Bel tramonto, eh?” fece l'uomo.

Bryce prese lo zaino, se lo issò sulla schiena e iniziò ad andare avanti. “Sì, certo,” rispose.

Fece per superare l’uomo, con l'intenzione di non degnarlo di ulteriori attenzioni, ma quello allungò un braccio bloccandogli la strada. Quando Bryce provò ad aggirarlo, l'uomo lo afferrò per un braccio e lo spinse.

Mentre incespicava all’indietro, Bryce era estremamente consapevole del vuoto che si apriva a meno di un metro da lui, a un centinaio di metri dal suolo.

Bryce aveva fatto a pugni un’unica volta nella sua vita; era stato in seconda elementare, nel parco giochi, quando un ragazzo idiota aveva fatto una stupida battuta su sua madre. Ciononostante, Bryce si ritrovò a chiudere una mano a pugno in quel momento, pronto a combattere, se fosse stato necessario.

“Quale diavolo è il tuo problema?” scattò Bryce.

“La gravità” rispose l'uomo.

Poi fece una mossa, ma non si trattava di un pugno, quanto piuttosto di un gesto come di lancio. Bryce sollevò una mano per parare, realizzando ciò che l’uomo stringeva in mano quando notò il dorato scintillio del riflesso del tramonto sulla superficie metallica.

Un martello.

Lo colpì in fronte abbastanza forte da produrre un suono che a Bryce sembrò uscito da un cartone animato. Ma il dolore che seguì non era affatto divertente o comico. Sbatté le palpebre, completamente stordito. Fece un solo passo indietro, con tutti i nervi del corpo che cercavano di ricordargli che alle sue spalle lo aspettava un salto di cento metri.

Ma i suoi riflessi erano lenti, e il colpo alla fronte gli aveva provocato un dolore accecante che gli attraversava il cranio e una sensazione di intorpidimento lungo la schiena.

Bryce si accasciò, finendo su un ginocchio. Proprio in quel momento, l'uomo allungò una gamba e rifilò a Bryce un calcio direttamente al centro del petto.

Bryce sentì a malapena l'impatto. La sua testa sembrava andare a fuoco. Il calcio lo fece volare all'indietro, colpendo il terreno con il fianco abbastanza forte da farlo rimbalzare ancora più lontano.

Avvertì subito la gravità reclamarlo a sé, ma era confuso su cosa fosse successo esattamente.

Il cuore gli batteva all’impazzata e la mente piena di dolore andò nel panico. Cercò di respirare mentre i suoi muscoli prendevano il sopravvento, agitandosi in cerca di un appiglio qualsiasi.

Ma non c'era niente. C'erano solo il vuoto e l’aria che gli fischiava nelle orecchie mentre precipitava e, pochi secondi dopo, una brevissima esplosione di dolore quando colpì il duro terreno sottostante. Mentre esalava il suo ultimo respiro, vide la parete che aveva appena scalato tinta di rosso: il suo ultimo tramonto che lo accompagnava nell’oscurità.

CAPITOLO QUATTRO

Quello che inizialmente le era sembrato il paradiso cominciò rapidamente a sembrare una specie di prigione. Anche se amava suo figlio più di quanto riuscisse a spiegare a parole, Mackenzie stava impazzendo. L'occasionale passeggiata intorno all’isolato ormai non le bastava più. Quando il dottore le aveva dato il permesso di fare un po’ di esercizio fisico e accelerare il ritmo dei suoi movimenti in giro per casa, lei aveva immediatamente pensato di fare jogging o persino di fare un po’ di sollevamento pesi. Era fuori forma – forse più di quanto non fosse stata da oltre cinque anni – e gli addominali di cui si era spesso vantata erano sepolti sotto un tessuto cicatriziale e uno strato di grasso a cui non era avvezza.

Una sera, in uno dei suoi momenti di maggiore debolezza, iniziò a piangere in modo incontrollabile uscendo dalla doccia. Da bravo marito rispettoso e amorevole quale era, Ellington si era precipitato in bagno trovandola appoggiata al lavabo.

“Mac, che c’è? Stai bene?”

“No. Sto piangendo. Non sto bene. E sto piangendo per una cazzata.”

“Tipo?”

“Ho appena visto il mio corpo allo specchio.”

“Ah, Mac... ehi, ti ricordi qualche settimana fa, quando mi hai detto di aver letto che avresti iniziato a piangere per le cose più insignificanti? Ebbene, credo che si tratti esattamente di questo.”

“La cicatrice del cesareo mi resterà per il resto della mia vita. E i chili di troppo... non sarà facile eliminarli.”

“E perché questo ti dà fastidio?” volle sapere lui. Non stava adottando la tecnica dell’amore severo, ma non la stava nemmeno coccolando. Era un duro promemoria di quanto la conoscesse bene.

“Non dovrebbe. E onestamente, credo di stare piangendo per qualcos'altro... solo che mi è bastato vedere il mio corpo per tirare fuori tutto quanto.”

“Non c'è niente di sbagliato nel tuo corpo.”

“Lo dici tanto per dire.”

“No, non è vero.”

“Come puoi guardarmi e desiderarmi?”

Lui le sorrise. “È piuttosto facile. E senti... So che il dottore ti ha autorizzato a fare una leggera attività fisica. Quindi, sai... se lasci che faccia tutto io...”

Con quelle parole, lanciò uno sguardo malizioso oltre la porta del bagno, verso la camera da letto.

“E Kevin?”

“Sta facendo il suo sonnellino preserale,” disse. “Anche se probabilmente si sveglierà tra un minuto o due. Si dà il caso, però, che siano passati più di tre mesi, quindi non mi aspetto che quello che accadrà lì dentro richieda molto tempo.”

“Che scemo che sei.”

Ellington rispose con un bacio che non solo la mise a tacere, ma cancellò istantaneamente ogni dubbio riguardo se stessa. Il bacio fu lento e intenso, e Mackenzie riuscì a percepire in esso il desiderio accumulatosi in quei tre mesi. Ellington la condusse dolcemente in camera da letto e, come aveva suggerito, si occupò lui di ogni cosa – con premura e abilità.

Il tempismo di Kevin fu perfetto. Si svegliò tre minuti dopo che avevano finito. Mentre entravano insieme nella cameretta, Mackenzie gli pizzicò il sedere. “Mi sa che è stato un po’ più di un leggero esercizio fisico.”

“Ti senti bene?”

“Magnificamente. Così bene che penso che potrei provare ad andare in palestra stasera. Credi di poter tenere il nostro ometto mentre sono fuori?”

“Naturalmente. Vedi di non esagerare.”

E tanto bastò per motivare Mackenzie. Non faceva mai nulla in maniera approssimata, e questo comprendeva il lavoro e, a quanto pareva, essere madre. Forse fu per questo che, poco più di tre mesi dopo aver portato a casa Kevin, si sentì in colpa per essere uscita per la prima volta. Era già andata al supermercato e dal dottore, certo, ma era la prima volta che se ne andava sapendo che sarebbe stata lontana dal suo piccolo per più di un'ora.

Arrivò in palestra poco dopo le otto, quindi la maggior parte della folla si era diradata. Era la stessa palestra che aveva frequentato quando aveva iniziato all’FBI, prima di affidarsi alle strutture del Bureau. Era bello essere di nuovo lì, su un tapis roulant come chiunque altro in città, a lottare con gli elastici di resistenza ormai obsoleti e allenarsi solo per tenersi attiva.

Riuscì a far solo mezz'ora, prima che l’addome iniziasse a farle male. Aveva anche un brutto crampo alla gamba destra, che cercò di alleviare ma senza successo. Fece una pausa, provò di nuovo il tapis roulant, ma decise di dichiarare conclusa la sessione.

Non ti azzardare a essere severa con te stessa, pensò, ma la voce nella sua testa era quella di Ellington. Hai cresciuto un essere umano dentro di te e poi te l’hanno staccato. Non puoi fare Superwoman. Datti un po’di tempo.

Aveva fatto una bella sudata, e questo era sufficiente per lei. Tornò a casa, fece una doccia e diede da mangiare a Kevin. Il piccolo era così soddisfatto che si addormentò ancora attaccato al suo seno, cosa che i medici sconsigliavano. Ma lei lo lasciò fare, tenendolo lì finché anche lei si sentì stanca. Quando lo mise a letto, Ellington era seduto al tavolo della cucina, intento a risolvere problemi di raccolta informazioni per il suo caso attuale.

“Tutto bene?” le chiese quando la vide passare in soggiorno.

“Sì. Forse potrei aver esagerato, in palestra. Sono un po’ dolorante. E anche stanca.”

“Posso fare qualcosa?”

“No. Magari domattina potresti darmi una mano con un altro po’ di leggera attività fisica?”

“Ne sarò felice, mia signora” disse con un sorriso da sopra lo schermo del suo portatile.

Anche lei sorrideva quando si infilò a letto. La sua vita le sembrava completa e aveva dolorosi crampi alle gambe, la sensazione che i suoi muscoli ricominciassero a imparare quello per cui venivano usati un tempo. Entro pochi minuti si assopì, esausta.

Non aveva idea che avrebbe fatto di nuovo il sogno dell'enorme campo di grano, e di sua madre che teneva in braccio suo figlio.

Così come non aveva idea di quanto l’avrebbe turbata stavolta.

***

Quando l'incubo la spinse a svegliarsi, non riuscì a trattenere l'urlo che le premeva in gola. Si rizzò a sedere sul letto con tanta forza che quasi cadde dal materasso. Accanto a lei, Ellington si tirò su in un sussulto.

“Mackenzie... che c'è? Stai bene?”

“Solo un incubo. Tutto qui.”

“Sembra che sia stato terribile. Ti va di parlarne?”

Con il cuore che le martellava ancora nel petto, si sdraiò. Per un momento, le sembrò di poter sentire il sapore della terra che aveva in bocca nell’incubo. “Non voglio scendere nei dettagli. È solo che... Credo di aver bisogno di vedere mia madre. Devo farle sapere di Kevin.”

“È giusto” disse Ellington, chiaramente ancora sconcertato dall'incubo e dai suoi effetti su di lei. “Immagino che abbia senso.”

“Possiamo parlarne più tardi” disse Mackenzie, avvertendo già il richiamo del sonno. Le immagini dell'incubo erano ancora lì con lei, ma sapeva che se non fosse tornata a dormire presto, sarebbe stata davvero una lunga notte.

Si svegliò parecchie ore dopo, al suono di Kevin che piangeva. Ellington stava già scendendo dal letto, ma lei allungò una mano toccandogli il petto. “Ci penso io.”

Ellington non protestò più di tanto. Stavano tornando lentamente a dei ritmi di sonno relativamente normali, e nessuno dei due era ansioso di perdere ore di prezioso riposo. Inoltre, Ellington aveva una riunione al mattino, riguardo un nuovo caso in cui sarebbe stato a capo di una squadra di sorveglianza. Le aveva riferito tutto a cena, ma Mackenzie era troppo persa nei suoi pensieri. Ultimamente, la sua capacità di attenzione era limitata, in particolare ogni volta che Ellington parlava di lavoro. Le mancava ed era invidiosa di lui, ma non riusciva proprio a sognarsi di lasciare Kevin, non importa quanto fosse rinomato l'asilo nido.

Mackenzie andò nella cameretta e lo tirò delicatamente fuori dalla culla. Kevin era arrivato al punto in cui smetteva di piangere (quasi sempre) nel momento in cui uno dei genitori arrivava da lui. Sapeva che avrebbe ottenuto ciò di cui aveva bisogno e aveva già imparato a fidarsi del suo piccolo istinto. Mackenzie gli cambiò il pannolino e poi si sistemò sulla sedia a dondolo e lo allattò.

I suoi pensieri andarono ai suoi genitori. Ovviamente non ricordava di essere stata allattata. Ma la sola idea che sua madre l'avesse attaccata al seno era troppo da immaginare. Tuttavia, ora sapeva che la maternità portava con sé una lente completamente nuova attraverso la quale vedere il mondo. Forse la lente di sua madre era stata distorta e forse addirittura totalmente distrutta quando il marito era stato assassinato.

Sono stata troppo dura con lei per tutto questo tempo? si chiese.

Mackenzie finì di dar da mangiare a Kevin, riflettendo a lungo sul suo futuro – non solo sulle settimane successive, quando il suo congedo di maternità sarebbe giunto al termine, ma sui mesi e gli anni a venire, e come avrebbe potuto trascorrerli al meglio.