Читать книгу «Il Quartiere Perfetto» онлайн полностью📖 — Блейка Пирс — MyBook.
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CAPITOLO SETTE

Quando Jessie accostò parcheggiando l’auto davanti alla villa in Lucerne Boulevard alle 2:29, c’erano già diverse auto della polizia, un’ambulanza e un veicolo del medico legale. Scese dalla macchina e andò alla porta d’ingresso, cercando di darsi una parvenza il più professionale possibile date le circostanze.

C’erano dei vicini sui marciapiedi attigui, molti di loro avvolti in giubbotti o altri vestiti pesanti per proteggersi dal freddo della notte. Questo genere di cose non era tipico per un quartiere benestante come Hancock Park. Accoccolato tra Hollywood a nord e il distretto del Mid-Wilshire a sud, era un enclave di antiche famiglie di Los Angeles. O almeno tanto ‘antiche’ quanto le si poteva considerare in una città che non aveva alcuna tradizione storica.

La gente che abitava qui non apparteneva alla categoria delle star cinematografiche o dei magnati di Hollywood che si potevano trovare a Beverly Hills o a Malibu. Queste erano le case di coloro che erano benestanti da generazioni, che potevano avere un lavoro come anche no. E se ce l’avevano, generalmente era per evitare la noia. Ma questa notte pareva che non dovessero preoccuparsi di annoiarsi. Dopotutto uno di loro era morto e tutti erano curiosi di sapere chi.

Jessie provò una certa emozione mentre saliva i gradini che portavano alla porta d’ingresso, che era contrassegnata con il nastro giallo della polizia. Questa era la prima volta che arrivava sulla scena di un crimine senza esservi scortata da un detective. E significava che era la prima volta che doveva mostrare le proprie credenziali d’accesso all’area delimitata.

Ricordava di essere stata così emozionata quando le aveva ricevute. Aveva anche fatto le prove a casa, mostrandole a Lacy. Ma ora, mentre rovistava nelle tasche del cappotto cercando di trovare il pass, si sentiva sorprendentemente nervosa.

Non ce n’era bisogno. L’agente in cima ai gradini vi diede una rapida e distratta occhiata mentre spostava il nastro giallo per farla passare.

Jessie trovò Hernandez e un altro detective subito nell’atrio di ingresso della casa. L’altro uomo era più giovane e aveva l’aspetto di chi ha pescato la pagliuzza più corta. Il grado superiore del detective Reid doveva avergli concesso di scansare quella chiamata. Jessie si chiese anche perché Hernandez non avesse fatto valere la sua autorità. La vide e le fece cenno di avvicinarsi.

“Jessie Hunt, non so se hai conosciuto il detective Alan Trembley. Era il detective di servizio stanotte e lavorerà al caso insieme a me.”

Mentre Jessie gli stringeva la mano non poté fare a meno di notare che, con i suoi capelli ricci e biondi spettinati e gli occhiali a metà del setto nasale, sembrava perso proprio come si sentiva lei.

“La nostra vittima si trova nella casa della piscina,” disse Hernandez mentre iniziava a camminare, facendo strada. “Si chiama Victoria Missinger. Trentaquattro anni. Sposata. Niente figli. È all’interno di una piccola nicchia nascosta subito fuori dalla stanza principale, il che spiegherebbe perché c’è voluto tanto per trovarla. Suo marito ha chiamato oggi pomeriggio, dicendo che da ore non riusciva a mettersi in contatto con lei. C’era una certa preoccupazione che potesse trattarsi di un caso di riscatto, quindi non è stata fatta una completa perquisizione della casa se non poche ore fa. Il suo corpo è stato trovato da un cane da ricerca corpi.”

“Gesù,” mormorò Trembley sottovoce, inducendo Jessie a chiedersi quanta esperienza avesse per lasciarsi sconvolgere dalla nozione di un cane da ricerca corpi.

“Come è morta?” chiese lei.

“Il medico legale è ancora sul posto e non sono stati fatti esami del sangue. Ma la teoria iniziale è un’overdose da insulina. È stato rinvenuto un ago vicino al corpo. Era diabetica.”

“Si può morire per overdose da insulina?” chiese Trembley.

“Certo, se non la si cura,” disse Hernandez mentre percorrevano un lungo corridoio nel corpo principale della casa, diretti verso la porta sul retro. “E pare che sia rimasta da sola nella stanza per ore.”

“Pare che abbiamo a che fare con un sacco di fatti connessi all’uso di aghi ultimamente, detective Hernandez,” notò Jessie. “Sa, mi piacerebbe avere a che fare con una sparatoria di tanto in tanto.”

“Pura coincidenza, te lo assicuro,” rispose lui sorridendo.

Uscirono e Jessie si rese conto che l’enorme casa davanti nascondeva un cortile retrostante ancora più grande. Un’enorme piscina occupava metà dello spazio. Oltre a quella si ergeva la casa della piscina. Hernandez andò da quella parte e gli altri due lo seguirono.

“Cosa le fa pensare che non si sia trattato semplicemente di un incidente?” gli chiese Jessie.

“Non ho tratto ancora nessuna conclusione,” rispose lui. “Il medico legale sarà in grado di dirci di più in mattinata. Ma la signora Missinger ha il diabete da sempre e secondo suo marito non ha mai avuto un incidente del genere prima d’ora. Pare che sapesse bene come prendersi cura di se stessa.”

“Gli avete già parlato?” chiese Jessie.

“No,” rispose Hernandez. “Un agente ha raccolto la sua dichiarazione iniziale. In questo momento è sotto sorveglianza nella sala della colazione. Gli parleremo dopo che ti avrò fatto vedere la scena.”

“Cosa sappiamo di lui?” chiese Jessie.

“Michael Missinger, trentasette anni. Rampollo della fortuna petrolifera dei Missinger. Ha venduto le sue quote sette anni fa e ha aperto un fondo speculativo che investe esclusivamente in tecnologie ecologiche. Lavora in centro nell’attico di uno di quegli edifici di cui vedi la sommità solo se allunghi il collo.”

“Precedenti?” chiese Trembley.

“Stai scherzando?” lo canzonò Hernandez. “Sulla carta, quest’uomo è dritto come la traiettoria di una freccia. Nessuno scandalo personale. Nessun problema finanziario. Neanche un infrazione del codice della strada. Se ha dei segreti, sono ben nascosti.”

Erano arrivati alla casa della piscina. Un agente in divisa spostò il nastro della polizia in modo che potessero entrare. Jessie seguì Hernandez, che continuava a fare strada. Trembley stava in coda.

Quando entrarono, Jessie cercò di schiarirsi le idee liberandosi la mente da ogni pensiero estraneo. Questo era il suo primo potenziale omicidio importante e non voleva che nessuna distrazione la distogliesse dal lavoro che aveva per le mani. Voleva concentrarsi esclusivamente su ciò che le stava attorno.

La casa della piscina era un posto di totale sottile lusso in vecchio stile. Le fece venire in mente le cabine usate da attori e attrici degli anni Venti quando andavano in spiaggia. Il lungo divano in fondo alla sala principale aveva una cornice in legno, ma ricchi cuscini che sembravano estremamente comodi.

Il tavolino sembrava essere stato realizzato a mano, ricavato da legno riciclato, in parte probabilmente proveniente da scafi di vecchie barche. I dipinti che erano appesi alle pareti parevano essere di origine polinesiana. Nell’angolo opposto della stanza c’era un tavolo da biliardo a birilli bumper. La TV a schermo piatto era nascosta dietro a una spessa tenda beige apparentemente in seta e Jessie sospettò poter essere costata più della sua Mini Cooper parcheggiata davanti. Non c’era alcun segno che qui fosse successo qualcosa di improprio.

“Dov’è la nicchia nascosta?” chiese.

Hernandez la condusse oltre il bancone bar che scorreva lungo la parete vicina. Jessie vide dell’altro nastro di delimitazione davanti a quello che sembrava essere uno sgabuzzino. Hernandez lo scostò e aprì la porta usando i guanti. Poi varcò la soglia e parve scomparire all’interno.

Jessie lo seguì e scoprì che lo sgabuzzino era effettivamente dotato di scaffali con asciugamani e alcuni prodotti per la pulizia. Ma avvicinandosi, vide una stretta apertura sulla destra, tra la porta e le mensole. Pareva esserci una porta di legno scorrevole che rientrava nella parete.

Jessie si infilò un paio di guanti e tirò la porta chiudendola. A un occhio inesperto, sarebbe sembrato un pannello come un altro. Lo riaprì ed entrò nello stanzino dove Hernandez la stava aspettando.

Non c’era molto: solo una poltroncina e un piccolo tavolino di legno accanto. Sul pavimento si trovava una lampada che era stata apparentemente rovesciata. Alcuni frammenti si erano rotti e stavano sparpagliati sulla lussuosa moquette bianca.

Accasciata sulla poltroncina, in una posa rilassata che poteva lasciar facilmente intendere che stesse dormendo, si trovava Victoria Missinger. Sul cuscino accanto a lei c’era un ago.

Anche nella morta, Victoria Missinger era una donna bellissima. Era difficile giudicare la sua altezza, ma era slanciata, con l’aspetto di una donna che seguiva un regolare programma di allenamento. Jessie si prese l’appunto mentale di fare una successiva indagine sul quel fronte.

Aveva la pelle cremosa e vibrante, anche se il rigor mortis stava pian piano prendendo piede. Jessie poteva solo provare a immagine come potesse apparire da viva. Aveva lunghi capelli biondi che coprivano parte del volto, ma non abbastanza da nascondere la perfetta struttura ossea.

“Era carina,” disse Trembley.

“Pensa che ci sia stato uno scontro?” chiese Jessie a Hernandez, indicando con un cenno della testa la lampada rotta sulla moquette.

“Difficile dirlo per certo. Avrebbe potuto sbatterci contro nel tentativo di alzarsi in piedi. Oppure può significare che c’è stato un qualche tipo di zuffa.”

“Ho come l’impressione che lei abbia un’opinione, ma si stia trattenendo,” insistette Jessie.

“Beh, come ho detto odio trarre conclusioni troppo presto. Ma ho trovato un dettaglio un po’ strano,” disse indicando la moquette.

“Cosa?” chiese Jessie, incapace di cogliere niente di evidente, a parte lo spessore del tappeto.

“Vedete come sono profondi i segni dei nostri passi sulla moquette?”

Jessie e il detective Trembley annuirono.

“Quando siamo entrati dopo che il cane l’ha trovata, non c’erano impronte.”

“Neanche le sue?” chiese Jessie, iniziando a capire.

“No,” rispose Hernandez.

“Cosa significa?” chiese Trembley, non comprendendo ancora.

Hernandez glielo spiegò.

“Significa che o la lussuosa moquette qui ha delle incredibili capacità di riprendere la forma originaria, o qualcuno ha passato l’aspirapolvere dopo il fatto per nascondere l’esistenza di altre impronte oltre a quelle di Victoria.”

“Interessante,” disse Jessie, impressionata dall’attenzione del detective Hernandez per i dettagli. Si vantava di essere capace di leggere la gente, ma non avrebbe mai colto un indizio come quello. Le fece ricordare che quello era l’uomo che era stato la chiave di volta nella cattura di Bolton Crutchfield e che non avrebbe dovuto sottovalutare le sue abilità. Poteva imparare un sacco da lui.

“Avete trovato un aspirapolvere?” chiese Trembley.

“Non qui,” disse Hernandez, “ma ci sono agenti che stanno controllando nella villa.”

“Difficile immaginare che entrambi i Missinger facessero un sacco di faccende domestiche,” dedusse Jessie. “Mi chiedo se sapessero addirittura dove fosse l’aspirapolvere. Immagino che abbiano una governante?”

“Certamente,” disse Hernandez. “Si chiama Marisol Mendez. Sfortunatamente è fuori città per tutta la settimana, in vacanza a Palm Springs a quanto pare.”

“Quindi la domestica è via,” disse Trembley. “Nessun altro che lavori qui? Devono avere un sacco di dipendenti.”

“Non tanti quanti potresti pensare,” disse Hernandez. “L’architettura del giardino è piuttosto resistente alla siccità, quindi hanno solo un giardiniere che viene un paio di volte al mese per la manutenzione. Hanno una società che si occupa della gestione della piscina e Missinger che mandano qualcuno una volta a settimana, di giovedì.”

“E allora chi ci resta?” chiese Trembley, timoroso di dare voce all’evidente risposta, per paura di apparire troppo ovvio.

“Ci resta la stessa persona da cui siamo partiti,” disse Hernandez, senza alcuna remora. “Il marito.”

“Ha un alibi?” chiese Jessie.

“È proprio quello che andremo a scoprire ora,” rispose Hernandez tirando fuori la radio e avviando una conversazione. “Nettles, fai portare Missinger alla stazione per l’interrogatorio. Non voglio che nessun altro gli chieda nulla fino a che non lo avremo portato nella sala degli interrogatori.”

“Scusi, detective,” rispose una voce gracchiante e apprensiva alla radio. “Ma qualcuno l’ha già fatto. È già per strada.”

“Dannazione,” imprecò Hernandez spegnendo la radio. “Dobbiamo andare subito.”

“Qual è il problema?” chiese Jessie.

“Volevo essere lì ad aspettare quando Missinger fosse arrivato alla stazione: il poliziotto buono, la sua cima di salvataggio, il suo ascoltatore. Ma se arriva lì per primo e vede tutte quelle uniformi blu, le pistole e le luci fluorescenti, prenderà paura e chiederà di vedere il suo avvocato prima che gli possa chiedere qualsiasi cosa. E quando accadrà, non gli tireremo più fuori niente di utile.”

“E allora faremo meglio a muoverci,” disse Jessie, passandogli davanti e uscendo dalla porta.

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