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V

Può darsi che Bianca Barbazza vivesse parecchi anni rattenuta in onestà dalla trista rimembranza della madre sciagurata, ma alle amiche le quali ne invidiavano la bellezza, ai corteggiatori che non potevano sperare trionfi su lei, a tutta quella società che l'attorniava avida di pettegolezzi e di scandali dové poscia e finalmente recare conforto la voce d'un fatto sicuro: Bianca aveva per amante il marchese Fabio Pepoli e traeva una tresca con lui. Si riferiva il tempo e il luogo de' loro segreti convegni e nelle conversazioni e nei ritrovi si coglievano senza fatica le loro occhiate bramose e i sorrisi e gli accenni; e il Pepoli ardendo di violenta passione non avvertiva di procedere cauto, e la dama o non sapeva frenare l'impeto suo, o cieca anch'essa d'amore gli consentiva senza troppi riguardi. Forse solo il marito poeta non s'adombrava per la solerzia del marchese in servirgli la moglie e si spiegava ogni cosa con la libertà delle “convenienze cavalleresche„; ma i fratelli di lui, cui premeva intatto il “lustro„ della famiglia, osservavano bene e ascoltavano. Però il conte Guido Antonio trovandosi nell'estate del 1621 a certa festa di ballo, alla quale erano pure gli amanti o si discorreva di loro, disse abbastanza alto da essere udito: – Provvederemo! —27

I Barbazza non scherzavano e i loro bravi erano usi “di fare all'archibugiate ogni giorno„, onde Fabio Pepoli, messo in guardia, volle prevenire il compimento della minaccia con audace prontezza, e d'accordo con gli amici Aldrovandi, Vizani e Riari il 6 luglio su l'ora di notte venne in piazza san Domenico verso casa Barbazza: il luogo era deserto; solo, un po' lungi dalla porta, Guido Antonio se ne stava al fresco. E su lui precipitarono i giovani cosí all'improvviso che egli non fu in tempo a ritirarsi in casa e dové schermirsi male armato ma con cuor di leone: i colpi piovevano e uno lo feriva al capo; egli indietreggiava urlando, e indietreggiando stramazzò nella chiavica ch'era in mezzo della strada. Cosí fu salvo, perché gli assalitori persuasi d'averlo morto fuggirono e sfuggirono ai fratelli del conte giunti in soccorso. Guido guarí dopo poco della ferita e per attendere a sicura vendetta – ebbe il nome di vendicatore prudente – interruppe il romore dell'accaduto asserendo con tutti di ignorare chi l'avesse aggredito e dando a credere d'essere stato còlto in isbaglio.

Non passarono quattro mesi che Guido Antonio incominciò dal mover questione e dal ferire il conte Filippo Aldrovandi, compagno di Fabio Pepoli nella bella impresa contro di lui28: quanto al Pepoli, come malaccorto, avrebbe finito co 'l farsi egli provocatore. Infatti l'ultimo giorno di gennaio del 1622 in via San Mamolo, dove i cittadini carnescialavano al corso delle maschere, Fabio s'imbatté in Guido Antonio e susurrò qualche cosa all'orecchio d'un amico, né, ad un secondo incontro, disse piano queste parole:

– Conviene che m'imbatta sempre ad incontrare questa razza di b… f…! —

– Quest'è troppo: andiamo! – disse allora il Barbazza a un suo confidente; e l'uno e l'altro furono in due passi a casa a mascherarsi da villani, e armati di terzette tornarono nel corso. Il satellite avrebbe dovuto sparar egli una archibugiata alle spalle del Pepoli quando gli tornasse appresso, ma al momento opportuno gli mancò il coraggio; il conte allora mirò rapido e sí dritto che colpi a morte il marchese; poscia si dileguò tra la folla in confusione per l'accaduto, corse a casa, depose gli abiti di maschera e tornato subito in San Mamolo venne alla farmacia della Pigna, dove giaceva il moribondo, e con voce ferma eppure compassionevole: – Che peccato – esclamò – che questo cavaliere abbia fatto una tal fine! —

Ma tosto Guido Antonio, Astorre, Romeo e Giacinto Barbazza con un loro zio, pei quali tutti oramai spirava mal'aria in Bologna, si nascosero in casa di Giambattista e Aldobrandino Malvezzi, loro fratelli uterini, e con l'aiuto di essi scalarono nella notte le mura della città e si diressero a rifugio in Piemonte. Troppo tardi l'indomani fu per ordine del Cardinal Legato pubblicata una grida che proibiva l'andare in maschera “sotto pena di galera et altre pene„ e furono chiuse le porte della città, ad eccezione di quelle di Strada Maggiore e San Felice, per le quali tuttavia non era concesso d'uscire “senza bollettino, sotto pena della vita„29.

Fabio Pepoli, dopo ventiquattr'ore di strazio, spirava lasciando il dovere di vendicarlo ai fratelli suoi Guido e Giampaolo. I quali pregarono anzi tutto il Granduca di Toscana d'intromettersi ad accertare se i Malvezzi avessero per caso avuto parte nell'assassinio del loro fratello: il Granduca indusse il Legato Ubaldini a raccogliere prove che i Malvezzi non erano colpevoli; poi egli e il cardinale, per amore di pace, fecero giurare a Giambattista e ad Aldobrandino Malvezzi “su l'onore di veri cavalieri„, e il giuramento porre in scrittura di notaio, che “non avevano dato consiglio aiuto e favore alcuno, né con assistenza né con qualsivoglia altro modo ad eseguire l'assassinio di Fabio Pepoli„, e che mai avrebbero porto “consiglio, favore et aiuto ai signori Barbazza„, né avrebbero mai offesi i Pepoli o “tentato d'offenderli né per sé né per mezzo d'altri„30. Ma non giurarono, furbi!, di non aver aiutati i loro parenti a fuggire. I Barbazza scampati alla forca rimasero molti anni alla corte piemontese: Astorre, il quale ebbe su l'anima parecchi delitti, fu condannato a morte in contumacia, ma ottenne poi grazia nel 1659, “in riguardo alla sua grave età„, pagando quattro mila scudi31; e la pace fra le famiglie dei Barbazza e dei Pepoli non fu conchiusa che morti Guido e Giampaolo Pepoli e solo per intromissione dei príncipi di Savoia e di Toscana.

Quant'odio dall'amore di Bianca Bentivoglio!

VI

E quanto misero il retaggio di Bianca Cappello; retaggio di colpe, di sciagure e drammi foschi! Ancora un mistero: la contessa Barbazza nei sette anni che trascorsero fra la morte del Pepoli e la sua morte, quetò forse, per sconcia avidità dei sensi, ricordi e rimorsi in nuovi amori, finché la frenò e a poco a poco l'uccise il veleno propinatole dai congiunti, o piú tosto patí ella sette anni interi, da prima la cupa fantasia rinnovandole giorno a giorno lo strazio di quella scena – a un colpo d'archibugio l'uomo amato cadere sanguinante e dolorare e gemere tra una folla di maschere – e poi, di pari, consumandola giorno a giorno la corrosione lenta della tisi, se non del veleno e della vendetta maritale? – “Il 15 ottobre 1629 morí Bianca Bentivoglio Barbazza d'una lunghissima e penosissima infermità, che a poco a poco l'andò struggendo; e non fu chi non dubitasse che non le fosse stato dato il diamante a causa della corrispondenza col marchese Fabio Pepoli„32.

Troppo lasso di tempo sembra che fosse tra l'offesa e il castigo; ma pure un fatto aggraverebbe sopra Andrea Barbazza il sospetto di uxoricidio: egli compose e pubblicò una canzone, una canzone di ventinove stanze, in morte di sua moglie33.

 
Da sí vasto ocean d'amari affanni
Ov'ondeggio caduto,
Deh! chi recando aiuto
Sia che mi tragga a riva? E chi consola
Naufrago il cor tra le miserie e i danni?
So ben che morte sola
Può dar fine al martir, posa al cordoglio,
Ma sol per piú morir, morir non voglio…
 

E nel secentesimo di questi e di quest'altri versi sarebbe bastevole e facile prova di ipocrisia e di mal tentato inganno:

 
Quando l'alma di lei che 'l Ciel mi diede
Dal casto vel si sciolse
E 'l Ciel se la ritolse,
Privo restai de l'anima e del core,
Orbo di gioie e d'aspre cure erede;
Ond'è solo il dolore
Che mi sostiene e serba il petto vivo,
Benché de l'alma io sia vedovo e privo…
 

Se non che seguono altri versi per cui converrebbe supporre nel cavaliere Barbazza una perversa sottigliezza a coprire il suo delitto. Egli lamenta in un punto:

 
Vidi…
… la beltà che tanto amai
Farsi preda a maligno
Umor, che di sanguigno
Foco sparse il bel volto e del bel petto
Tinse il candore, e chiuse agli occhi i rai
In cui visse il diletto
E col diletto Amor, ch'ha per fortuna
D'aver la tomba ov'ebbe in pria la cuna…;
 

No! Io sono docile alla commozione della poesia; io odio la malignità nella storia; io credo al diarista Galeati: “Il 29 ottobre 1629 (data certa) morí l'illustrissima signora contessa Bianca del conte Ulisse Bentivogli, di febbre etica„. E con pena sincera do fede a un povero marito che si duole, privo degli occhi languidi consolatori e preganti consolazione della sua moglie soave, cosí:

 
Quegli occhi, dico, a me sí dolci e cari,
Ch'ancor nel duol sepolti
In me vidi rivolti.
Quasi ad uopo maggior languidi e mesti
Pietà chiedendo in muti accenti amari…
 

Pietà! – gli aveva chiesto Bianca con i brividi del malore e del rimorso; ed Andrea le aveva perdonato, son certo, con gentile misericordia di poeta; né, lei seppellita, poté forse resistere a non piangere piú volte nella chiesa del Corpus Domini e a pregare spesso Santa Caterina de' Vigri, vicino al cui corpo incorrotto è la tomba dei Bentivoglio, che Iddio lo ricongiungesse alla pallida e tremula fiammella della sua Bianca.

 
Canzone, imponi al canto, al pianto freno:
Ben so ch'a me non lice
La mia cara Euridice
D'indi ritorre ove beata splende,
Ch'ivi affanno non ha di duol terreno.
Ma lieto amor l'accende
Che 'n Dio la stringe e con devoto zelo
Fa che m'inviti a rimirarla in Cielo.
 

Affettuoso uomo fu Andrea Barbazza: tanto vero, che per il bene che egli volle alla sua nuora impudica, Settimia Mandoni, le male lingue asserirono ottenesse il senatorato ed altri uffici mercè i favori di lei34tanto vero, che a sessantasei anni s'accese di Silvia Boccaferri, la quale egli, rimasto vedovo quasi vent'anni di Bianca Bentivogli, sposò in Santo Stefano il 30 maggio del 1648.

GREGORIO LETI SPIRITO SATIRICO

I

Non fu tutto merito e tutta colpa dello zio vicario se Gregorio di giovane scapestrato divenne uomo d'austeri costumi; d'incredulo cattolico fidente calvinista e di fanullone uno scrittore fecondissimo. Già nella fanciullezza e giovinezza prima troppo l'avevano fatto digiunare e dir pater nostere servir messe e baciar mani sporche di preti e di frati quelle due figure paurose del padre Merenda e di Don Grassi. Poiché da sua madre, Isabella Lampugnani, rimasta vedova di Geronimo Leti governatore d'Antea, era stato posto nel 1639 alla scuola de' gesuiti di Cosenza, ed egli, irrequieto scolaro e incomposto chiericuzzo, era cresciuto dai nove fino quasi ai vent'anni con l'oppressione e il fastidio addosso del Grassi per custode e del Merenda per precettore: tanta oppressione e tale fastidio che quando gli morí la madre e passò in Roma alla tutela dello zio don Augusto, “non poteva piú vedere né chiese né sacerdoti„35.

Lo zio, il quale era un po' petulante, sí, ma in fondo un'ottima pasta d'uomo, e vagheggiava pe 'l nipote la fortuna medesima ch'egli aveva avuta nella prelatura, avvedendosene, con che sbigottimento s'imagini!, pensò dargli a maestro e guida di coscienza quello sciocco del suo cappellano; Non l'avesse mai fatto! Il cappellano si mise a mortificare Gregorio nelle confessioni frequenti e a gravarlo di sbadigliati digiuni e rabbiose recitazioni d'offici, e Gregorio, caduto dalla padella nelle bracie, prese con maggiore ardire a ridere per le strade in faccia ai preti e per le chiese ai santi; a dire qualche porcheriòla; a leggere libri proibiti e ad accarezzare le ragazze. Per dire la verità, che colpa avea lui se le donne vedendolo “fresco, sano, robusto e ben fatto della persona„, gli volgevano occhiate lusingatrici e se egli, piú tosto che ad attendere i beni del sacerdozio, si sentiva “inclinato a godere la dolcezza del maritaggio?„ Basta; còlta un giorno nella chiesa vescovile una bella e docile giovinetta e trattala pudicamente dietro un banco le diede solo sette baci, e poi, cosí per gioco, s'andò a confessare dal cappellano; e questi in penitenza gli ingiunse su 'l serio “di mangiare o almeno ben masticare sette fila di paglia della lunghezza ciascuna di un piede, per causa che la confessione portava sette baci„.36Era dunque l'esorbitanza d'una ridicola e proterva severità, e Gregorio stucco e ristucco piantò lo zio e si recò a Milano dai parenti della madre, presso cui stette due anni.

Ma pur troppo don Augusto Leti saliva rapido la scala degli uffici ecclesiastici, e divenuto vicario d'Orvieto con in vista la nomina a vescovo, volle ancora il nipote con sé.

Lo riebbe infatti, e cominciò ad esortarlo con paterna dolcezza che, non avendo beni sufficenti per vivere gentiluomo, si facesse prete o alla peggio soldato, e onorasse la famiglia nella maniera di suo padre. Gregorio scuoteva la testa: Né armi né brevario! Piú tosto medico o legale; ma lo zio vicario, che con ragione aveva poca fede nella scienza e nella legge umana, scuoteva egli pure il capo sospirando e scongiurando Iddio, e alla fine lasciò Gregorio libero di sé e della roba sua: chi avrebbe potuto frenarlo?

Il giovinotto lieto e avventato come un puledro che si senta le briglie su 'l collo, vagò alcun tempo per l'Italia e sprecò gran parte dei quattrini lasciatigli dalla madre; indi, com'era naturale, fece ritorno allo zio già vescovo in Acquapendente, che l'accolse tuttavia con bontà e con speranza di rimetterlo per la strada buona. Ma in Gregorio non c'era solo lo scapato, c'era l'incredulo, e che guajo per monsignor vescovo avere un nipote il quale non voleva piú comunicarsi!

– Gregorio, Gregorio – gli diceva – : se tu non pigli altra strada, o che tu morrai eretico, o che sarai processato in qualche inquisizione! —37

Quand'ecco un giorno di settembre del 1658 monsignor vescovo cerca il nipote e non lo trova; e una giovine, Antonia Ferretti, che il nipote di monsignore aveva fatta uscire di monastero con promessa di matrimonio, cerca l'amante e non lo trova: né lo zio seppe piú nulla di lui fino a che apprese ch'egli si perdeva in Bologna nell'amore d'una cantatrice; né la fidanzata ebbe piú altra notizia di lui fino al dí in cui le fu detto ch'egli era a Ginevra calvinista e ammogliato! Tutto vero; perché da Acquapendente Gregorio era corso ancora qua e là in cerca di vita allegra, e venuto a Bologna con la cantante e compiute chi sa quali pazzie, aveva poi considerato seco medesimo come seguitando di tal passo avrebbe in poco tempo dato fondo a quel po' di roba che gli rimaneva, e come il meglio gli sarebbe stato recarsi a Parigi per cercarvi fortuna alla corte. Cosí postosi subito in viaggio e giunto a Valenza, vi aveva ottenuta la protezione del marchese di Valavoir generale dell'armi francesi in Italia; s'era inteso con un capitano ugonotto a rilevare i mali della Chiesa di Roma, e poscia s'era invaghito di portarsi a Ginevra, luogo di paradiso per la libertà del governo e per la rettitudine del calvinismo che vi si professava. Rimasto a Ginevra alcuni mesi dopo fatta l'abiura e passato a Losanna, qua aveva stretta amicizia co 'l celebre medico Guerin, padre d'una ragazza bellissima diciottenne; e come il medico filosofo l'innamorava sempre piú della riforma, egli pian pianino innamorava di sé la figliuola di lui, la quale presa in moglie tre mesi dopo, s'era ricondotto in Ginevra.

Appena fu risaputo ch'egli abitava in quel covo di eretici, il povero zio e la povera Ferretti gli scrissero amorosamente che tornasse.

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