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Grazia Deledda
Dopo il divorzio

E dopo che lo avranno flagellato lo uccideranno…

Ed essi nulla compresero di tutto questo…

Luca, XVIII, 34.

PARTE PRIMA

I

1904. In casa Porru, nella camera dei forestieri, c'era una donna che piangeva. Seduta per terra, vicino al letto, colle braccia sulle ginocchia rialzate e la fronte sulle braccia, ella piangeva singultando, scuotendo la testa come per significare che non ci era, non c'era più alcuna speranza. Le sue spalle rotonde, il suo dorso ben fatto, coperto dal panno giallo d'un corsetto stretto, s'alzavano e si abbassavano come un'onda.

Intorno era quasi buio: la camera non aveva finestra; la porta spalancata sopra una loggia di mattoni s'apriva su uno sfondo di cielo cenerognolo che andava sempre più oscurandosi. Su quello sfondo brillava una piccola stella gialla lontana, lontana; e nel cortile s'udiva un grillo zirlare e la zampa d'un cavallo, di tanto in tanto, sbattersi sulla pietra.

Una donna bassa e grossa, in costume nuorese, con un gran volto di vecchio grasso, apparve sulla porta, con in mano una candela di ferro a quattro becchi, in uno dei quali ardeva un lucignolo nuotante nell'olio.

– Giovanna Era, – disse con voce grossa e rude, – che fai lì al buio? Sei lì? Che fai? Mi pare che tu pianga! Tu sei matta, in verità mia, tu sei matta!

L'altra cominciò a singhiozzare convulsivamente.

– Ah! Ah! Ah! – disse la donna grossa, avanzandosi, come meravigliata e scandolezzata. – Lo avevo detto io che piangevi! Perchè piangi? Tua madre è giù che ti aspetta, e tu piangi lì come una matta che sei.

L'altra continuò a piangere più forte. La donna grossa appese il lume ad un lungo chiodo sul muro, si guardò attorno e cominciò a girare attorno alla piangente, cercando invano parole per confortarla. Non riusciva a dirle altro che:

– Ma sei matta, Giovanna, sei matta!

La camera dei forestieri (così è chiamata a Nuoro la stanza che in tutte le famiglie all'antica viene conservata per gli amici ospiti dei paesi vicini), era vasta, bianca, rozza, con un gran letto di legno, un tavolino coperto da un tappeto di percalle e adorno di chicchere e tazze di vetro; con moltissimi quadretti appesi in alto sulle pareti, quasi vicini al soffitto di legno non tinto. Dalle travi del soffitto pendevano grappoli d'uva raggrinzita e di pere gialle che piovevano una sottile fragranza. Bisaccie di lana, colme, dritte, stavano qua e là per terra.

La donna grossa, che era la padrona di casa, prese una di queste bisaccie, la portò più in là, poi la riportò sul posto donde l'aveva presa.

– Ecco, finiscila, – disse ansando per lo sforzo fatto, – che cosa vuoi farci? Non bisogna poi disperarsi; che diavolo, colomba mia; se il pubblico ministero ha chiesto i lavori forzati, non vuol dire che i giurati siano cani rabbiosi come lui…

L'altra continuò a piangere e scuoter la testa, e fra i singulti gridava:

– No… No… No…

– Sì! Sì! Ti dico che è sì! Alzati o chiamo tua madre, – gridò la donna, gettandosele sopra. E le sollevò a forza la testa.

Apparve un bel viso tondo e rosso, circondato da folti capelli neri scarmigliati, con due occhi neri gonfi e lucenti di pianto, e due sopracciglia nere foltissime, congiunte, arruffate.

– No! No! – gridava Giovanna, dibattendosi. – Lasciatemi pianger sulla mia sorte, zia Porredda mia…1.

– Che sorte o non sorte! Alzati.

– Non mi alzo! Non mi alzo! Lo condanneranno a trent'anni per lo meno. Voi non capite dunque che lo condanneranno a trent'anni?

– Questo sta a vedersi. Eppoi, cosa sono trent'anni? Ma tu sembri un gatto selvatico, sai?

L'altra strillava, si strappava i capelli, colta da un accesso di disperazione selvaggia. E gridava:

– Trent'anni! Cosa sono trent'anni? La vita di un uomo, zia Porredda mia! Voi non capite niente, zia Porredda! Andatevene, andatevene, lasciatemi sola, per amor di Cristo, andate via…

– Io non vado via! – protestò zia Porredda. – Un corno! Sono in casa mia, io! Alzati, figlia del diavolo, finiscila, che ti fa male! Aspetta a domani a strapparti i capelli, chè tuo marito non è ancora ai lavori forzati.

Giovanna riabbassò la fronte, e riprese a piangere un pianto calmo, accorato, che spezzava il cuore.

– Costantino mio, Costantino mio, – diceva con nenia, come cantano le prefiche davanti ad un morto, – tu sei morto per me, io non ti riavrò mai più, mai più. Quei cani rabbiosi ti hanno preso e legato, e non ti lasceranno più andar via. E la nostra casa resterà deserta, e il letto sarà freddo, e la famiglia andrà dispersa. Bene mio, agnello mio, tu sei morto per il mondo, così siano morti coloro che ti hanno legato!

Davanti al dolore di Giovanna zia Porredda si commosse, ma non sapendo più che fare, uscì sulla loggia e chiamò:

– Bachisia Era, vieni su, chè tua figlia sta diventando matta!

S'udì un passo per la scaletta esterna; zia Porredda rientrò e dietro di lei venne una donna alta, tragica, vestita di nero, col capo avvolto in una benda nera, nel cui cerchio spiccava un viso giallo d'uccello rapace, con due punti verdi brillanti per occhi, infossati e circondati da sopracciglia nere selvaggie e da cerchi lividi.

La sua sola presenza parve dare una calma rigida alla figliuola.

– Alzati! – disse una voce rauca.

Giovanna si alzò: era alta, grossa eppure svelta, con dei fianchi stupendi. Le sottane di orbace con una fascia di porpora intorno ai fianchi, orlate di panno verde, cortissime, lasciavano vedere i piedi piccoli, calzati da stivalini elastici, e il principio di due gambe modellate.

– Perchè dài tanto fastidio a questa brava gente? – chiese la madre. – Finiscila un po', scendi giù a cena e non spaventare le ragazze e non turbare la gioia di questa brava gente.

La gioia di quella brava gente consisteva nel ritorno, per le vacanze, del figlio studente in legge, arrivato quella sera.

Giovanna parve capire e si calmò: si tolse dal capo il fazzoletto di lana, scoprendo una cuffia di vecchio broccato dalla quale scaturivano ondate di capelli nerissimi, e andò a lavarsi in un catino d'acqua deposto sopra una sedia. Zia Porredda guardò zia Bachisia, si strinse le labbra fra l'indice e il pollice della mano destra, accennando di far silenzio, e andò via senza far rumore.

L'amica obbedì; non disse parola, attese che Giovanna si fosse lavata e rimessa, poi entrambe scesero silenziose la scaletta esterna. S'era fatto notte, una notte calma, calda, profonda: alla piccola prima stella gialla erano seguite migliaia di astri argentei: la via lattea passava come un gran velo trapuntato di scintille, e un profumo aspro di fieno secco gravava nell'aria.

Nel cortile i grilli cantavano nascosti nel pergolato, e il cavallo ruminava sbattendo la sua zampa ferrata. In lontananza udivasi un canto melanconico.

La porta della cucina e quella d'una camera terrena, che per l'occasione serviva anche da stanza per pranzare, davano sul cortile ed erano spalancate. In cucina, accanto al focolare acceso, si vedeva zia Porredda intenta a condire dei maccheroni; e una bambina vestita con un signorile abitino nero, bionda, scarmigliata, scalza, che litigava con un bimbo vestito in costume, molto grasso e rosso come la nonna.

La bimba imprecava maledettamente, nominando tutti i diavoli; il bimbo cercava pizzicarla alle gambe.

– Finitela, – diceva zia Porredda. – Ah, ah, volete finirla, figli cattivi?

– Mamma Porru, questa ragazzina impreca, mi dice: al diavolo chi ti ha fatto nascere.

– Ah, ah, Minnìa, tu andrai all'inferno viva e sana, – rispose la nonna, senza voltarsi, rimescolando i maccheroni.

– Egli mi pizzica, mamma Porru, ahi, ahi, come mi pizzica!.. Che tu sii scorticato, immondezza, se ti afferro ti dò tanti schiaffi quanti capelli hai sul capo…

– Minnìa, che parlare è questo?..

– Egli mi ha rubato il portamonete, quello che ci ha il papa dipinto, quello che mi ha portato zio Paolo…

– Non è vero, no! Non mi far parlare, Minnìa, – gridò il bambino minaccioso, – in quanto a rubare…

La bimba tacque come per incanto; ma dopo un po' il bimbo prese un bastone e col manico ricurvo cominciò ad afferrarle una gamba, e Minnìa si mise a piangere; la nonna si voltò col mestolo in mano.

– In verità, io vi batto col mestolo, cattivi figliuoli. Aspettate, aspettate. – Li rincorse, ed essi scapparono nel cortile, andando ad urtare contro Giovanna e la madre.

– Che c'è, che c'è?..

– Ah, mi fanno disperare, essi sono indiavolati!.. – disse zia Porredda dalla porta di cucina.

In quel punto una figurina nera si staccò dal portone socchiuso e disse con voce commossa:

– Essi tornano, nonna, eccoli qui.

– E lasciali tornare. Faresti bene, Grazia, a dar attenzione ai tuoi fratelli, che si azzuffano fra loro come pulcini.

Grazia non rispose, ma poco dopo prese dalle mani di zia Bachisia il lume di ferro, lo spense e andò a nasconderlo dietro la panca di cucina, dicendo a bassa voce:

– Dovreste vergognarvi di queste candele, nonna, ora che c'è zio Paolo.

– Ma che zio Paolo; credi che egli sia stato allevato nell'oro?

– Egli viene da Roma…

– Un corno! A Roma lumi come questi non ce ne sono, perchè l'olio lo comprano a soldi, mentre noi ne abbiamo delle olle colme.

– State fresca voi se credete ciò, – disse la ragazza, e saltò nel cortile palpitando nell'udire la voce del nonno e dello zio.

– Giovanna, salute, zia Bachisia come state? – diceva la voce calda dello studente. – Io bene, grazie al Signore! Oh, mi dispiace tanto la vostra disgrazia: coraggio, chissà? è domani la sentenza?

Entrò nella stanza ov'era apparecchiata la tavola, seguìto dalle donne e dai bambini che la sua presenza intimoriva e divertiva nello stesso tempo.

Egli era piccolo e zoppicava alquanto, perchè aveva un piede più piccolo e una gamba un po' più corta dell'altra. Perciò lo chiamavano dottor Pededdu (piedino), ed egli non se n'aveva a male, perchè, diceva, val meglio avere un piede più piccolo dell'altro che avere la testa più piccola di quella degli altri.

Il suo visino roseo e tondo con due piccoli baffi biondastri, sorrideva sotto un gran cappello nero a cencio. Egli dicevasi socialista.

Entrato nella stanza si mise a sedere sul letto, a gambe sospese, e attirò accanto a sè, uno per parte, il nipote e la nipotina che lo guardavano a bocca aperta, stringendoli a sè, senza badarvi, dando attenzione al racconto doloroso che gli faceva zia Bachisia. Però di tanto in tanto osservava Grazia, la cui figurina tredicenne alta e angolosa, in formazione, veniva viepiù deformata da un vestitino nero troppo stretto. Gli occhi di lei, chiari e metallici, fissavano ostinatamente, avidamente lo zio.

– Ecco, – diceva zia Bachisia con la sua voce rauca, – il fatto andò così: Costantino Ledda aveva uno zio carnale, fratello del padre; si chiamava Basile Ledda soprannominato l'Avoltoio (Dio l'abbia in gloria, se non è fra le granfie del diavolo), tanto era avido di denari.

«Era un tristo, un avoltoio giallo, Dio l'abbia perdonato: basta, si dice che abbia fatto morire la moglie di fame. Ecco, Costantino restò sotto la sua tutela; aveva qualche cosa, il bimbo; lo zio gli mangiò tutto, poi lo bastonava, lo legava tra due pietre, in campagna, e lo lasciava al sole ed alle api che gli pungevano persino gli occhi.

«Basta, arrivò un giorno che Costantino scappò di casa; aveva sedici anni. Mancò tre anni: egli disse d'essere stato a lavorare nelle miniere, io non so, egli disse così.

– Sì, sì! Egli è stato a lavorar nelle miniere! – proruppe Giovanna.

– Non so! – disse la madre, stringendo la bocca in atto dubbioso. – Basta, fatto sta che durante l'assenza di Costantino fu su Basile l'avoltoio sparato un colpo di fucile mentre stava in campagna. È vero che egli aveva dei nemici. Quando Costantino tornò, confessò che era scappato per sfuggire alla tentazione di ammazzare lo zio, che aveva odiato a morte; ora però il giovane cercò e ottenne di far pace con l'avoltoio… Ora senti, Paolo Porru…

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